giovedì 27 novembre 2008

Il Brutto Anatroccolo


Periodo lavorativamente intenso e bello: sono stressata e felice, perché faccio quello che mi piace e vorrei che fosse sempre così, anzi, vorrei ancora più lavoro e, soprattutto, vorrei che questi progetti ancora abbozzati si realizzassero tutti, dato che ho messo molto di me in ognuno di essi. Quest'attività serrata non mi consente di scrivere molto sul blog, ma rimedierò quando avrò completato un pò di soggetti/sceneggiature ancora in sospeso. Intanto beccatevi l'ultimo racconto che ho scritto per la mia virtuale raccolta di storie per bambini "Sogni e Paure"... Che dite? troppo lungo? Chissene... Leggere fa bene alla salute.

IL BRUTTO ANATROCCOLO

Marianna lo sapeva bene, nonostante la sua giovane età: la bruttezza è la più grande discriminante nella vita. Sua sorella maggiore, Sara (a cui voleva bene, ma che sapeva essere davvero acidissima quando ci si metteva), le aveva impietosamente raccontato alcuni aneddoti riguardo alla sua nascita. La mamma era contentissima di avere un'altra femminuccia, soprattutto dopo quello splendore di primogenita, ma quando le portarono Marianna la guardò senza dire niente, impietrita, e nemmeno il papà osò fare commenti. Tutti i parenti e amici che vennero a salutare la nascitura riuscirono al massimo a sbilanciarsi in un: “Crescendo diventerà carina come la sorella”, con una falsità ben distinguibile nella voce, ma non fu così, o almeno, ancora non c'erano stati cambiamenti di sorta. Non si era mai vista una bambina più brutta, le ricordava sempre Sara quando litigavano. Di sicuro era un commento di cattivo gusto, ma Marianna sapeva che era vero ed il suo era il giudizio più impietoso di tutti: quando si guardava allo specchio non riusciva a non piangere... A 10 anni compiuti era più bassa di almeno dieci centimetri rispetto alla media delle compagne, non era obesa, ma di sicuro aveva qualche chilo di troppo (forse anche a causa dei frullati al latte condensato che la mamma le dava per merenda tutti i giorni... Per addolcirle la vita, diceva), aveva il naso troppo lungo (i suoi genitori le dicevano che non era vero, ma sapeva che i compagni la chiamavano proboscide alle sue spalle...) e lineamenti grossolani (... quando non la chiamavano scimmia, s'intende). Marianna avrebbe potuto enumerare i suoi difetti per ore senza fermarsi e anche se gli adulti e le poche amiche le dicevano che l'aspetto non contava niente, che la cosa più importante era l'interiorità, lei, mangiando ciambelle al cioccolato davanti alla tv, con gli occhi sulle silfidi che sfilavano in passerella o che recitavano nei serial più famosi, sapeva che mentivano e che lei, con quelle fattezze disgraziate, non si sarebbe mai sentita completamente felice. Durante la sua giovane vita aveva lavorato alacremente sul suo carattere ed il suo sforzo aveva dato i suoi frutti: non era popolare, ma aveva qualche amicizia ("Poche, ma buone" diceva sempre la mamma), era brava a scuola, ma non secchiona e aiutava tutti quando poteva, perciò raramente era presa di mira in modo aperto e la sua vita scolastica, fino a quel momento, era stata sopportabile, anche se c'erano stati dei particolari che, anno per anno, le avevano ricordato il suo handicap: il fatto che i suoi compagni più cool avessero disertato la sua festa di compleanno in prima elementare, che in seconda Simone, il bambino più carino della classe, avesse detto che trovava attraenti tutte le sue compagne tranne lei, il fatto che le altre bambine non parlassero mai con lei di moda e fidanzatini, come se lei fosse una specie di appestata... Queste stilettate erano micidiali per lei e, essendo intelligente, sapeva che alle medie sarebbe stato peggio. Già si figurava in mezzo ad estranei in tutta la sua esasperante bruttezza. L'ultimo insulto l'aveva ricevuto da Jennifer, il cui nome straniero si intonava perfettamente con il suo aspetto: a 11 anni sembrava la sorella minore di Barbie ed era popolare come la maggiore... Tutti stravedevano per lei, ma lei aveva un particolare culto per l'immagine (d'altronde era figlia di una modella) e amava circondarsi di belle persone, come amava dire. Ebbene, Jennifer non l'aveva invitata al suo compleanno e la cosa che più le faceva male era che aveva invitato quasi tutti (persino le sue amiche, le quali le avevano promesso di non andare per solidarietà) e che aveva escluso solo lei e Carlo, un bambino che era evitato da tutti per il suo cattivo odore. Marianna aveva pianto un giorno intero quando l'aveva saputo e i toast al burro d'arachidi della mamma non erano riusciti a consolarla.
Il giorno della festa era sgattaiolata dalla classe più veloce che mai, non aveva aspettato neanche Eva e Gaia, le sue migliori amiche; aveva bisogno di starsene da sola. Fece il tragitto lungo per tornare a casa e si fermò un po' al parco, per starsene un po' in altalena a pensare al suo mondo ideale, dove lei era bellissima, famosa, sapeva fare tutto e tutti la volevano. Stava fantasticando di essere invitata ad una festa dal suo attore preferito quando si accorse che c'era qualcuno in difficoltà... Una vecchietta piccola piccola e curva sul suo bastone stava chiamando il suo gatto, che si era arrampicato su un alberello e non accennava a voler scendere. Marianna si avvicinò alla donnina (i suoi le avevano insegnato che bisogna sempre aiutare le persone anziane) e le chiese se aveva bisogno di aiuto.. Era proprio piccola... Persino più bassa di lei!!!.
L'anziana signore rispose: “Moraccio, il mio gatto da passeggio, si è spaventato e adesso non vuole scendere dall'albero... Saresti così gentile da andare a riprendermelo?”.
La bambina guardò il gatto: era nero come la pece e aveva uno sguardo dispettoso. Non era salito molto in alto e Marianna, pur non essendo un'atleta, valutò che poteva farcela facilmente... Per fortuna che indossava la tuta da ginnastica. Si arrampicò fino al ramo dove stava Moraccio e quando arrivò alla sua altezza e allungò una mano verso di lui, il gatto tirò fuori gli artigli e la graffiò sul naso, la bimba perse l'equilibrio e cadde sul sedere, si prese un grande spavento, ma non si fece male. Moraccio scese altezzoso e le passò accanto a coda ritta per poi andare a strusciarsi attorno alle caviglie della vecchietta.
“Hai superato la prova, piccola...” le disse la donna.
“Cosa vuol dire?” chiese Marianna massaggiandosi il posteriore con la mano.
“Mi hai aiutato senza obbiettare e adesso io farò qualcosa per te” disse mentre armeggiava nella borsetta “I miei poteri non sono più quelli di una volta... Posso realizzare un desiderio solo per qualche ora... Cosa desideri di più al mondo, bambina?”.
Marianna pensò che la vecchietta fosse rimbambita, ma decise di assecondarla e di rispondere, per gentilezza: “Vorrei essere... Vorrei essere... Sì... Come la mia compagna di classe... Jennifer, sì, proprio come lei...”.
“Mmm... Quindi vorresti essere una persona diversa” disse la vecchina tirando fuori una caramella mou dalla borsa e porgendola a Marianna “Prendi... E per un po' sarai esaudita... Ma non so quanto mi ringrazierai...”.
Marianna non fece in tempo ad alzare gli occhi dalla caramella (nemmeno le piacevano le mou!) e già la donnina era sparita. Si strinse nelle spalle, scartò la caramella e si avviò verso casa, mentre masticava pensava all'accaduto, quando successe una cosa imprevedibile. Due bambini le passarono accanto in bici e uno di loro fischiò... Come si fa quando si vede una bella ragazza. Inizialmente pensò che l'avesse presa in giro, ma poi si vide riflessa in una vetrina e rimase a bocca aperta: era davvero uno schianto. Era più alta e di un bel po' anche! Era sottile, con il naso alla francese e gli occhi da gattina, i capelli erano lunghi e setosi... Ma era proprio lei? Sì, lo era. Non si era mai sentita più felice. Si voltò e si incamminò verso la casa di Jennifer, non si era mai sentita tutti gli sguardi addosso e... Mamma mia che sensazione! Il solo pensiero di doverci rinunciare la faceva star male. Sarebbe andata da Jennifer e sarebbe stata la regina della festa, tutti avrebbero avuti occhi solo per lei... L'avrebbe umiliata! A questo pensiero si fermò un istante... Ma l'aveva formulato davvero lei? Non si credeva capace di pensare a certe cattiverie. Pensò che non importava e riprese il cammino.
Arrivò ed entrò senza problemi; i genitori di Jennifer avevano aperto la loro villa per il compleanno del loro capolavoro e gli invitati erano tutti in giardino. C'erano proprio tutti... Anche le sue amiche... Quelle brutte traditrici... L'avrebbero pagata! Marianna si portò una mano alla bocca... Ma cosa andava a pensare? Si meravigliò che il suo ingresso non avesse suscitato scalpore, ma poi si accorse che c'erano tante mini – modelle come lei e che, nonostante la sua bellezza notevole, non spiccava particolarmente lì in mezzo. Mentre si aggirava per il parco, furiosa di non essere stata acclamata dalla folla (una parte di lei non capì questo suo stato d'animo) le capitò di sentire alcuni discorsi.
“Bella è bella, non c' è che dire... Ma è noiosa, no?!” disse una bimba
“Ci ho parlato un po' prima... è un'oca più che altro...” rispose l'altra e si misero a ridere.
Marianna le guardò; erano piccole Barbie come lei... Ma si riferivano proprio a Jennifer? Possibile che le sue simili parlassero così di lei?
Passando vicino a due ragazzi, molto alla moda, Marianna sentì un commento per cui la sua nuova lei sorrise, ma la sua vera essenza rabbrividì: “Sai cosa mi ha detto il mio fratellone? Che tra qualche anno sarà famosa per una cosa sola...”. L'altro rispose con una risata scomposta. Ma era proprio Simone quel bambino?
Marianna passò oltre, adesso era vicina ai suoi compagni di classe, emarginati dal resto del gruppo, i cui commenti non erano velenosi... Parlavano del cibo e delle attrazioni della festa, in quel gruppo nessuno parlò di Jennifer, ma qualcuno si riferì a Marianna: “Peccato che la scimmietta non sia venuta...”. “Già... è proprio simpatica anche se non si guarda”. Fu a quel punto che Eva scattò come una molla e si avventò sul malcapitato: “Ma ti sei visto, mostro?!”. Gaia rincarò: “Le dirò come l'hai chiamata al prossimo compito di mate... Noi siamo qui perché speriamo che venga, volevamo convincerla ad andare insieme, ma lei è scappata...”. Marianna si sentì gonfiare il cuore, ma la nuova lei provò una punta di disprezzo per quelle bambine dall'aspetto così banale... "Ma che penso?" si chiese. Passato il gruppo andò a sbattere contro qualcuno, lo guardò e il cuore le sobbalzò: era Johnny, il fratello maggiore di Jennifer, il ragazzo più bello del mondo! Era grande lui... Faceva già la seconda media!
“Ciao!” la salutò “Ti osservo da quando sei arrivata... Ti va un po' di succo?”.
Marianna, tutta rossa, era all'apice della felicità; lo seguì adorante, sotto lo sguardo pungente di molte mini – Barbie.
“Sai” disse lui timidamente mentre le porgeva il bicchiere “La compagnia qui è fiacca... Io non sono uno alla moda e tu? Da come vesti sembri fuori da questo ambiente”.
Era il suo momento, Marianna era al settimo cielo, avrebbe potuto sfoggiare tutta la sua conoscenza in fatto di cinema, libri, arte e l'avrebbe conquistato, ma rimase basita quando sentì uscire dalla sua bocca frasi banali sul suo aspetto, programmi tv e cose che doveva assolutamente comprare... Non riusciva a fermarsi e vide spegnersi molto velocemente l'interesse negli occhi di Johnny che sospirò e disse “Scusa, ma devo andare ora... Somigli molto a... mia sorella, sai?” e si dileguò senza più voltarsi indietro. Marianna sentì un groppo alla gola... Era arrabbiata, ma come aveva potuto perdere un'occasione così? Voleva solo andarsene da lì. Decise di passare dal retro per non vedere e sentire più nessuno, ma invece trovò Jennifer... Era seduta da sola in mezzo ad una montagna di regali e piangeva sommessamente. Quando la vide si asciugò gli occhi e la aggredì: “Sei un'altra di quelle stronzette che mi è venuta a consolare perché Simone preferisce Marta a me? Ma sparisci... Io non ho bisogno di voi... Capito?!”.
La nuova Marianna stava per risponderle in malo modo, ma riuscì a trattenersi ed uscì, sentendosi sollevata e... di nuovo sé stessa. Si guardò di nuovo nelle vetrine durante il ritorno: era di nuovo il brutto anatroccolo.
Prima di tornare a casa passò dal parco. La vecchietta la stava aspettando.
“Dalla tua faccia si direbbe che non è andata molto bene, eh?!”.
Marianna scosse la testa, era delusa e non sapeva più cosa pensare: “Forse non sono una brutta persona... Ma sono brutta e questa è una cosa che non posso cambiare...”.
“Vieni qua, piccola. Voglio farti un regalo” disse la donnina facendo cenno a Marianna di avvicinarsi “Vuoi dare uno sguardo a come sarai da grande?”.
Marianna annuì con energia.
“Bene... Ma c'è una condizione...”
“Cosa?”
“Aiutati, bimba mia... Niente più porcherie a merenda...”
Marianna annuì di nuovo, intimidita “Promesso”.
“Allora guarda dentro la fontana” rispose la signora.
Marianna si sporse e, per un momento, si vide adulta... Mmm... Non sarebbe stata certo Miss Universo, però... Le sue labbra si distesero in un sorriso sincero e quando si voltò la donnina era sparita e le sue amiche le stavano venendo incontro, visibilmente felici di vederla di nuovo.

giovedì 20 novembre 2008

Senza Parole

Visto che il bando della nuova edizione del concorso "Lanciano nel Fumetto" è uscito e il volumetto allegato a Fumo di China pure, penso di non fare un torto a nessuno pubblicando la sceneggiatura con cui ho vinto l'anno scorso: "Senza Parole".
Qualcuno si è azzardato a darmi della "paracula" per l'argomento scelto, bene, quel qualcuno non sa che mio zio, in Sud America per motivi di studio, fu catturato dalla polizia politica in un blitz all'università... La sua colpa? Aveva con sè un saggio su Marx.
Preferisco non commentare la scena che ho scelto per introdurre questo post... Fa molto male e spiega a tutti quelli che me lo chiedono perché non sono cattolica. Comunque, questa è la sceneggiatura, spero di farvi cosa gradita pubblicandola.


SENZA PAROLE
di Francesca Santi


TAVOLA 1

1.1. Vignetta lunga. Esterno giorno. Panoramica di un campus universitario molto affollato; nel cortile di fronte all'ingresso della facoltà alcuni studenti si dirigono verso l'entrata, altri chiacchierano tra loro in piccoli gruppi e due ragazzi (quello a sinistra con i capelli lunghi, l'altro con un taglio corto) stanno discutendo vicino alla statua del fondatore, proprio al centro della vignetta. L'edificio è un palazzo imponente, su due ordini; le finestre ad arco del primo e del secondo ordine sono inframezzate da colonne e sopra l'alto portone d'ingresso troneggia la scritta “Universidad de Chile”. È importante dare ampio respiro a questa scena poiché si tratta della prima ed ultima immagine amena di questa storia: il cortile è ricco di verde e di vita, ci sono degli alberi ai lati della striscia, sotto i quali alcuni ragazzi stanno oziando, riposando, flirtando... Il caos spensierato è incoraggiato da una splendida giornata di sole.


1.2. Vignetta piccola (sulla stessa striscia della precedente). Inquadratura da sopra la spalla dei due studenti (che vediamo di schiena) vicino alla statua, per focalizzare l'attenzione sul testo che il ragazzo a destra sta porgendo all'altro. Il libro è “El Capital ” di Marx, ma il titolo è parzialmente coperto da un foglio (il classico piano di studi universitario) su cui è scritto: “Año Académico 1973/74”.


1.3. Vignetta piccola. I due ragazzi della vignetta precedente adesso sono entrambi voltati verso di noi, come se qualcosa li avesse distratti dalla loro conversazione, e guardano in macchina con un'espressione di terrore assoluto.


1.4. Vignetta lunga (sulla stessa striscia della precedente). Una camionetta militare si immette nel campus a tutta velocità, noi la vediamo dal retro mentre si dirige verso la statua, per dare rilievo alle varie reazioni degli studenti: alcuni fuggono a casaccio, gettando a terra i libri, altri si abbracciano spaventati, altri ancora, non capendo che cosa sta succedendo, stanno a guardare e i nostri due attivisti, impietriti, restano vicino alla statua, con gli occhi sgranati e lo sguardo rivolto al veicolo.


1.5. Vignetta lunga. Totale del campus, stessa inquadratura di prima: gli sportelli sul retro della camionetta adesso sono aperti, alcuni militari stanno scendendo imbracciando il fucile, altri sono già scesi e si stanno avventando sugli studenti, in particolare, un soldato sta pestando il ragazzo che aveva passato il libro all'amico ed un altro sta calando il calcio del fucile sul ragazzo dai capelli lunghi che sta usando il libro come una sorta di scudo, per pararsi la faccia. Il caos spensierato si è trasformato in un caos infernale.


1.6. Vignetta piccola (sulla stessa striscia della precedente). Vediamo il libro che vola in aria, sfondato, diviso in due, e una delle pagine strappate è coperta da uno schizzo di sangue.

TAVOLA 2
(Tre strisce, due vignette di uguale dimensione per ogni striscia)

2.1. Stacco. Lo studente dai capelli lunghi è accasciato a terra in posizione fetale in una cella molto angusta. Il suo volto è una maschera di sangue, ha il naso rotto e gli occhi sbarrati. Si trova in ombra; la fioca luce che proviene dall'alto, da una minuscola finestrella con le sbarre, illumina gli avanzi del suo pasto: acqua stantia e pane ammuffito. Un grosso ratto sta sgranocchiando qualche briciola.


2.2. Stacco. Piano medio dei commensali seduti ad una tavola imbandita, ricca di leccornie. A capotavola c'è un uomo in alta divisa; il dittatore (Pinochet, naturalmente) è intento ad intrattenere i propri ospiti con il sorriso sulle labbra: tutti sono ben vestiti e anche di ottimo umore.


2.3. Stacco. Sul muro della cella dell'anonimo studente (la riconosciamo dalla finestrella in alto) vediamo proiettata un'ombra molto eloquente: il ragazzo, carponi, sta facendo un servizio ad uno dei soldati, mentre l'altra guardia, che gli sta dietro e lo tiene per i capelli, sta facendo un servizio a lui...


2.4. Stacco. In foreground, sulla sinistra, vediamo una lussuosa sedia su cui è adagiata, in perfetto ordine la divisa del dittatore. In background, dietro la sedia, c'è un grande specchio che riflette il generale di spalle, in piedi, nudo a braccia aperte (il suo fisico non è certo prestante), davanti ad un letto che ha l'aria davvero comoda, su cui sono adagiate due ragazze molto sexy: una gli sorride lasciva, l'altra batte le mani.


2.5. Stacco. Inquadratura dall'alto. Lo studente, stremato, è sdraiato in terra prono, un topo lo sta annusando, nella cella ci sono ragnatele, avanzi di cibo, insetti vari.


2.6. Stacco. Inquadratura dall'alto. Siamo di nuovo nella stanza del dittatore, che sta riposando nel suo letto, supino, in mezzo alle due bellezze già viste nella vignetta 2.4. placidamente addormentate.

TAVOLA 3


3.1. Striscia. La cella è sempre la stessa e lo è anche colui che la occupa, anche se sembra diventato un'altra persona... L'ex studente è visibilmente invecchiato, ha i capelli più lunghi e il volto sciupato, è emaciato ed i suoi abiti (se così si possono definire gli sporchi stracci che indossa) sono sdruciti. È seduto a gambe incrociate, con la schiena appoggiata al muro, guarda fisso nel vuoto e sorride come un ebete, mostrandoci che non ha più neanche un dente. È illuminato parzialmente da una luce frontale, proveniente dalla porta e, proiettate nello spicchio di luce sul pavimento, vediamo le ombre di due persone.


3.2. Due uomini (uno alla destra l'altro alla sinistra dello studente) che non vediamo bene perché sono nella zona d'ombra (l'unico ad essere illuminato è il protagonista) tirano su il prigioniero tenendolo per le braccia; lui mantiene la sua espressione da rintontito.


3.3. La vignetta si trova sulla stessa striscia della precedente. Vediamo i due uomini di spalle (sono in divisa, ma l'uniforme è differente da quella dei militari che lo hanno arrestato) che stanno trascinando l'ex studente in un lungo corridoio, sul fondo intravediamo la cancellata d'ingresso della prigione: è quasi del tutto aperta.


3.4. Striscia. L'ex studente adesso è libero, è in piedi (lo vediamo a figura intera), immobile, fuori dalla prigione. La cancellata ora è chiusa alle sue spalle. L'espressione dell'uomo è incredula, è quella di una persona che si trova improvvisamente catapultata in una realtà che non conosce e non ha la minima idea di come muoversi. Sembra che il riguadagnare la propria libertà non gli dia gioia. In primo piano un giornale è trasportato dal vento, scritto a grandi lettere il titolo annuncia: “1990: la nueva década fue nacida, la dictadura está muerta”.

TAVOLA 4


4.1. Stacco. Striscia. Ci troviamo all'interno di una misera stanza, arredata in modo spartano e con mobili e soprammobili di scarsa qualità, la carta da parati è stata strappata via in molti punti e ci sono dei buchi nel muro. C'è un qualcuno davanti alla televisione, proprio al centro della vignetta. Non vediamo quasi niente di lui, a parte un braccio penzolante e una porzione di testa inclinata, che sporgono dal lato sinistro della vecchia poltrona (le molle fuoriescono dal tessuto rattoppato) su cui è seduto. Non riusciamo a capire che cosa sta trasmettendo la scalcinata TV davanti a lui, anche perché la vediamo soltanto parzialmente (l'uomo seduto ci copre la visuale). A destra della poltrona c'è un comodino di legno, dove si trova un barattolo rovesciato e al muro (alla sinistra della TV) è appeso un calendario che ci informa che siamo nel 1993.


4.2. Dettaglio del barattolo rovesciato sul comodino: è una confezione di barbiturici e la scatola è vuota.


4.3. Questa vignetta si trova sulla stessa striscia della precedente. Piano medio dell'uomo abbandonato nella poltrona, si tratta dell'ex studente ed è morto da poco: ha il viso segnato, un rivolo di bava che gli scende dall'angolo della bocca spalancata, le guance rigate dalle lacrime e i suoi occhi spenti continuano a fissare lo schermo, che lo sta illuminando.


4.4. Striscia. Soggettiva dell'ex studente. L'intera vignetta è occupata dallo schermo televisivo: adesso vediamo anche noi lo spettacolo che si è presentato davanti agli occhi del povero diavolo. Il telegiornale sta trasmettendo un servizio su Pinochet. In basso è ben visibile la scritta: “Votos afectuosos para las bodas de oro del general por parte del Papa”. La bella immagine di repertorio della visita di Giovanni Paolo II in Cile, dove il Papa e il dittatore, sorridenti, salutano da una terrazza, conclude la storia.

martedì 18 novembre 2008

Facebook

Lo so, arrivo sempre dopo la polvere quando si tratta di queste cose... La mia innata diffidenza nei confronti delle passioni di massa e la psicosi dell'essere controllata, ereditata dalla cultura americana, mi hanno fatto guardare con sospetto fin dall'inizio questo nuovo strumento, comunque, visto che non mi piace criticare prima di provare, ho deciso finalmente di farmi un account, l'avrete capito dal badge qui accanto.
Se devo essere sincera non ho ancora un'opinione definitiva, nel bene o nel male, di Facebook, la prima impressione che ho avuto non è stata certo folgorante; sarà che amo la chiarezza e, per le comunicazioni veloci, preferisco il buon vecchio Skype, riguardo al ritrovare i vecchi amici... Bhé, se me li sono lasciati alle spalle ci sarà pure un buon motivo, no? A parte gli scherzi, l'ho fatto perchè non voglio lasciarmi invadere dal pregiudizio e tentare: l'account è lì, poi si vedrà...

domenica 16 novembre 2008

Pin - Up



La scrittura mi ha sempre dato maggiori soddisfazioni rispetto al disegno, ma c'è una cosa che mi piace quasi come mettere su carta un'idea (ho detto: "quasi"): realizzare pin - up.
Le tre fanciulle qui sopra sono, in ordine: Mira, Sara e Lisa, protagoniste di una mia vecchia storia ambientata in Italia, nei primi anni '80... Storia che attende ancora nel cassetto, speranzosa di vedere la luce... Un giorno, forse, realizzerà il suo sogno, per il momento però preferisco dare la precedenza ad altri progetti, in cui credo di più.
Non è che "Found My Spiritual Way", titolo di questa serie in potenza, non mi piaccia, altrimenti l'avrei già cestinata, come ho già fatto in passato per altri lavori che non mi convincevano, ma sono consapevole del fatto che in FMSW non c'è la "scintilla", quel "non so che" che mi consente di consegnare il soggetto al disegnatore senza remore, orgogliosa di aver scritto qualcosa che voglio davvero proporre a una casa editrice, insomma, manca qualcosa, ma sono sicura che presto saprò ovviare a questo problema.
Guardatevi le ragazze, intanto, e individuate le tre attrici a cui mi sono ispirata.

sabato 8 novembre 2008

Quando uno è recidivo...

Chi ha la mia età non può non ricordarselo... Quello qui sopra è il Babau che i mitici Ghostbusters si trovano ad affrontare in una puntata della loro vecchia serie animata, di cui io non mi perdevo un episodio... Il racconto qui sotto, invece, è quello che chiude idealmente la mia raccolta di storie per bambini e, secondo me, è il migliore fra quelli che ho scritto finora. Buona lettura.


SENZA SOGNI NÉ PAURE


Il Babau uscì dall'armadio stizzito, sbattendo la porta e cacciando un grido fragoroso, ma Gabriele non fece una piega e continuò a dormire. Sconsolato, il mostro cominciò a scuotere il bambino con la grossa mano artigliata, ma ebbe il solo risultato di farlo voltare dall'altra parte... Niente... Il piccolo dormiva della grossa e non accennava a svegliarsi..
“Come si fa?” gridò il Babau nel silenzio della stanza. Se ne stava a braccia conserte e, senza rendersene conto, aveva iniziato a battere freneticamente un piede sul parquet “Di questo passo morirò di noia... morirò...”.
“Quanto ti capisco, caro collega” rispose una voce da sotto il letto. L'uomo nero uscì sconsolato dal suo nascondiglio, era ridotto a poco più di un'ombra e non avrebbe fatto paura neanche al più fifone dei bambini “Questo ragazzino non crede a niente, non ha mai chiesto una sola volta ai suoi genitori di lasciare la luce accesa e quando tocca il cuscino si addormenta subito...”.
“E il suo sonno è senza sogni...” continuò una voce femminile. Era la fatina dei denti, che se ne stava in attesa dietro le tende; al suo apparire un leggero chiarore si diffuse nella stanza “Ha in bocca l'ultimo dente da latte... Forse stanotte gli cadrà e non me ne ha mai lasciato neanche uno! Quando lo perderà il mio compito sarà finito e io avrò fallito miseramente”.
“Vuoi dire che questo è il suo ultimo giorno d'infanzia?” sussultò il Babau.
“Sì...” sospirò l'uomo nero “Stanotte perderà l'ultimo dentino e con quello i suoi più grandi sogni e le sue più grandi paure...”.
“Non è che in un senso o nell'altro abbiamo dovuto lavorare molto... vero colleghi?” domandò il Babau grattandosi un grosso bubbone sul naso.
“Già...” annuì la fatina “Ormai è sempre più difficile... Guardatevi attorno... Vedete qualcosa che possa stimolare la fantasia di un bambino?”.
I tre rimasero per qualche istante in silenzio, osservando mesti i numerosi videogiochi e le scatole intatte dei giocattoli più costosi di cui la stanza era ricolma.
“Un tempo i bambini parlavano di noi in continuazione...” riprese l'uomo nero “Ci citavano nelle filastrocche, avevano il batticuore quando si trovavano al buio e si entusiasmavano per tutto, ma adesso...”.
“Stai parlando come i vecchietti che ricordano i tempi andati... come se il passato fosse sempre una garanzia di qualità...” lo interruppe la fatina “Ma secondo voi questo bambino è davvero così vuoto? Senza sogni né paure? Se è così noi non abbiamo più ragione di esistere...”.
“Facciamo una cosa” disse il Babau battendosi il pugno sulla mano “La notte non è finita... Proviamo a salvare il piccolo da una vita senza brividi...”.
“E senza dolci illusioni...” continuò la fatina.
“Tentar non nuoce” finì l'uomo nero.
I tre si voltarono a guardare Gabriele che dormiva beato... Tentar non nuoce.
L'uomo nero ed il Babau decisero di collaborare per spaventare il più possibile Gabriele.
“Lo sai che molti usano i nostri nomi come sinonimi? Pensano che siamo intercambiabili...” disse l'uomo nero in bilico sulle spalle del Babau, mentre tracciava una scritta sul soffitto con una polvere fluorescente procuratagli dalla fatina.
“Che bifolchi ci sono in giro... Ma cosa insegnano ai bambini a scuola?” rispose il Babau continuando a sostenere il collega “Tutti sanno che io sto nell'armadio e tu... Tu dove stai?”.
“Io sotto il letto...” rispose l'uomo nero balzando in terra e pulendosi le mani sulla sua silhouette nera “Comunque non penso che nel nostro campo si debba essere troppo accademici... Tutto dipende dalla fantasia, no?! Non facciamo gli stessi errori degli umani, che non fanno altro che parlare di regole... Che te ne pare?”.
I tre guardarono in alto. Sul soffitto campeggiava un'ampia scritta brillante: “SONO SOTTO IL LETTO”.
“Ottimo lavoro!” esclamò il Babau.
“E adesso in posizione!” li incitò la fatina.
E tutti presero posto in un baleno: il Babau nell'armadio, l'uomo nero sotto il letto e la fatina dietro le tende. Il silenzio calò sulla stanza, immersa nella tenebra, ma durò un attimo; nella quiete della notte il televisore collegato alla consolle si accese e l'audio altissimo svegliò Gabriele, che adesso dormiva supino. Quando aprì gli occhi sussultò, ma non per la musica... “Chi diavolo aveva scritto quella cosa sul soffitto?” si domandò, ma subito il suo lato razionale prese il sopravvento e il ragazzo allungò un braccio per spegnere la TV. Fu quando si sporse dal letto che la sua mente fin troppo adulta fu ottenebrata per un istante lunghissimo; una mano nera, che sembrava fatta di ombra gli ghermì il polso e lo spinse giù. Gabriele si trovò a testa in giù a guardare sotto il letto e si trovò faccia a faccia con due occhi scintillanti che lo fissavano nell'oscurità. Quando la bocca dell'essere si spalancò scoprendo in un sorriso i suoi denti aguzzi, il bambino gridò di nuovo, ma il rumore della tele coprì la sua voce e i genitori del bambino, ormai, erano abituati al fatto che giocasse fino a tarda notte. Gabriele riuscì a liberarsi dalla stretta dell'uomo nero e saltò giù dal letto, precipitandosi verso la porta, ma l'armadio si spalancò e una creatura altissima, mostruosa, dal volto coperto di bubboni, con le zampe adunche e pelose gli si parò davanti.
“Cucù!!!” disse il Babau chinandosi su Gabriele, che quasi svenne quando sentì sul suo volto l'alito fetido del mostro “Lo facciamo per il tuo bene, piccolo...”.
Gabriele scattò all'indietro, si voltò e vide l'uomo nero vicino a letto, che lo salutò scuotendo energicamente la mano, trovandosi tra due fuochi iniziò a correre all'impazzata verso la finestra, ma nella foga inciampò e finì lungo disteso. Subito si portò una mano alla bocca dolorante; un rivolo di sangue gli scorreva fra le dita. Si guardò intorno tremante, ma i mostri erano scomparsi, così si portò la mano in grembo e la osservò a lungo: sul palmo c'era il suo ultimo dente da latte. All'improvviso il ragazzo sentì un calore improvviso che lo invadeva: qualcuno lo stava abbracciando. Si voltò titubante e vide la fatina; inutile dire che restò a bocca aperta, lei era la cosa più bella che avesse mai visto; era minuta e pallida, ma dalla sua pelle diafana e dai capelli d'argento emanava un chiarore irresistibile. Il ragazzo non poteva fare a meno di guardarla incantato.
“Vuoi darmi il tuo dentino?” gli chiese lei con voce argentina “In cambio ti regalerò i sogni che non hai mai avuto...”.
Gabriele, non riuscendo a parlare per lo stupore, porse il dente alla fatina che gli sfiorò le labbra con un bacio dolcissimo, mentre si dissolveva nella sua stessa luce.
Il bambino si svegliò di soprassalto, non ricordava bene lo strano sogno che aveva fatto, ma sentì un bisogno irreprimibile di guardare sotto il cuscino, dove trovò una monetina d'argento che gli scaldò il cuore non appena la toccò. Era ignaro del fatto che tre strani personaggi, resi invisibili dal giorno, lo stavano osservando compiaciuti da distanza ravvicinata: il loro compito era terminato, era giunto il momento di andare a trovare un altro bambino senza sogni né paure.

giovedì 6 novembre 2008

Un altro post troppo lungo!




Una delle storie meglio riuscite di sempre di Dylan Dog, secondo me, è "Goblin". Che cosa c'entra, direte voi, con il beagle e con il topino qui sopra? C'entra, c'entra... Quella che state per leggere è una storia per bambini, ma è anche una critica alla vivisezione, una delle tante inutili crudeltà inflitte agli animali dagli uomini. Badate bene, io non sono una fanatica, non sono neppure vegetariana, ma non mi va giù l'idea che vittime innocenti siano torturate e che questi soprusi vengano etichettati come esperimenti scientifici: accecare una cavia per testare un prodotto di bellezza, tanto per fare un esempio, è pura e semplice crudeltà, punto. Questa storia, quindi, la dedico a loro, a quei poveretti tagliuzzati e tormentati che aspettano la morte in una gabbia... Spero che sviluppino davvero dei poteri e che facciano un mazzo tanto ai loro aguzzini!!!

LE CAVIE MAGICHE

Michele e Roberta si annoiavano un sacco nel cortile adiacente all'università dove lavoravano i loro genitori. Seduti sugli scalini vicino alla rampa d'accesso, non avevano trovato passatempo migliore di lanciare i sassi contro le innumerevole lattine di aranciata che si erano scolati nell'interminabile attesa.
“Ma tu hai mai capito bene che cosa fanno di mestiere papà e mamma?” chiese Roberta annoiata.
Michele ci pensò un po' prima di lanciare il sasso che mancò di pochi millimetri la lattina “Non so... Hanno detto che fanno i ricercatori, ma cosa fanno lì dentro non te lo so dire...”.
“Hai perso” affermò Roberta sbuffando “Perché non diamo un'occhiata?”.
Michele si strinse nelle spalle, non era curioso quanto la sorella, ma la seguì lo stesso all'interno della struttura. Era un tardo pomeriggio e il luogo era pressoché deserto; entrambi i bambini si domandavano che cosa ci fosse di tanto interessante in un lavoro da trattenerti oltre l'orario, soprattutto nella serata pizza – cinema. Arrivati davanti alla porta del laboratorio, Roberta e Michele si fermarono; alcune voci provenivano dalla stanza, due delle quali erano sicuramente quelle dei loro genitori. I bambini corsero a nascondersi nella stanza attigua, appena in tempo per veder uscire il gruppo di ricercatori... I genitori dei bambini si sarebbero arrabbiati moltissimo nel vederli lì, avevano proibito loro più e più volte l'ingresso nel laboratorio e fino ad allora le due pesti avevano obbedito, ma la curiosità era più forte della paura per un'eventuale punizione e, quando gli adulti, dopo un fitto confabulare, si furono allontanati, i bambini uscirono dal loro nascondiglio per intrufolarsi nel luogo misterioso... Non l'avessero mai fatto! Si tapparono reciprocamente la bocca per non gridare dal terrore: sul tavolo giaceva la carcassa di un cagnolino, che li guardava con gli occhi spenti, un odore di morte aleggiava nella stanza e le numerose gabbie vuote erano più che eloquenti. Solo due animali erano ancora chiusi nella loro prigione: un beagle dagli occhi particolarmente tristi, sdraiato su un fianco ad attendere rassegnato il suo destino e un topolino paffuto che continuava a girare, come impazzito, nel suo labirinto in miniatura. Lo shock per la brutta scoperta non fece perdere la testa a Roberta; presto qualcuno sarebbe tornato a pulire e i loro genitori non li avrebbero trovati fuori ad attendere, quindi bisognava prendere una decisione rapida...
“Liberiamoli e scappiamo” annunciò la bambina.
“Co – cosa?” chiese Michele ancora rintontito.
“Sei sordo? Mamma e papà fanno male agli animali, capito? Io non voglio tornare da quei mostri... Prendiamo il cane e il topo e scappiamo!” ribadì mentre si avvicinava al labirinto.
Quando la vide, il topolino si fermò e annusò l'aria, alzandosi sulle zampe posteriori; la fissava con i suoi occhietti rossi, spaventati e in quel momento la porta si aprì.
“Ehi, voi!!! Che ci fate qui” gridò l'inserviente.
Tutto accadde in un attimo; Michele, con il beagle in braccio prese per mano la sorella che, con l'altra mano, aveva preso delicatamente il topolino e un lampo accecante attraversò tutto il laboratorio, lasciando l'inserviente di stucco nella stanza deserta. L'uomo si guardò intorno sconcertato: i bambini erano spariti e le gabbie erano tutte vuote.
“Psss... Ma che cosa è successo?!” chiese Michele a bassa voce mentre passavano accanto all'inserviente.
“Non ci arrivi?” disse Roberta saltellando verso l'uscita “Siamo diventati invisibili!”.
“Ma cosa facciamo ora?” chiese Michele sinceramente preoccupato, stringendo tra le braccia il cagnolino “E se non torniamo più normali?”.
“Bah! Ci penseremo...” e si avviò con il fratello e i due nuovi amici verso la città.
Quando i genitori dei ragazzi si resero conto che gli animali erano spariti e che i loro bambini non erano fuori ad attenderli non ci misero molto a fare due più due...
“Cara... Spero che abbiano portato via solo il cane e che il topo sia ancora qui da qualche parte... “ disse il padre.
“Sai benissimo che non è così... Spera solo che i bambini non gli diano da mangiare... Stavolta il processo potrebbe essere... irreversibile...”.
La prima tappa dei bambini fu la pasticceria, si introdussero nel negozio passando sotto la saracinesca semi aperta. Il pasticciere stava decorando una torta nella stanza accanto e Michele e Roberta ne approfittarono per fare incetta di paste alla crema e cioccolatini ripieni, dividendo il bottino con i loro compagni di fuga. Erano così presi dall'inattesa abbuffata che non si accorsero nemmeno di non essere più invisibili.
“Ma che diavolo...” gridò il pasticciere stupefatto nel vedere lo strano quartetto.
I bambini, tutti impiastricciati, si diedero alla fuga senza dare il tempo di finire la frase al pover'uomo. Corsero a perdifiato fino al parco, dove si fermarono per riposarsi.
“Non ti pare che il tuo topo sia parecchio più grosso di quando lo abbiamo trovato?” chiese Michele, accarezzando il beagle.
“Naaa... Te lo stai immaginando...” rispose Roberta con una nota stonata nella voce... L'innocua, piccola cavia adesso aveva le dimensioni di un topo di fogna e un aspetto decisamente inquietante.
“Qual è la nostra prossima mossa?” domandò Michele “Non siamo più invisibili...”.
“Stiamo qui e aspettiamo che mi venga un'idea” rispose Roberta pensierosa e in quel momento il topo fece un balzo in avanti e iniziò a correre in direzione di un bambino che stava leccando un voluminoso gelato.
“Nooo! Fermooo!!!” gridarono in coro Michele e Roberta, ma il topo si gettò sul piccolo, gettandolo a terra, e in un attimo divorò il suo gelato. Non appena deglutì, il topo iniziò a crescere ulteriormente: era diventato grande quanto un cane di grossa taglia. Finito lo spuntino fuggì, lasciando in lacrime il bambino derubato.
I ragazzini lo inseguirono per l'immenso parco, ma il topo era velocissimo e travolgeva tutti quelli che incontrava, rubando un panino al lettore accanito, il mangime dei piccioni alla vecchietta sulla panchina, le leccornie dal banchetto del venditore ambulante e, ogni volta, gonfiava, gonfiava, gonfiava... Gonfiò così tanto che ad un certo punto si alzò in volo, superando gli aquiloni e i palloncini, cominciò a planare in cielo trasportato dal vento fino ad impigliarsi fra le antenne e le parabole di un palazzo signorile.
Gli abitanti del palazzo erano indignati; era inaudito per loro che la programmazione televisiva in prima serata fosse interrotta sul più bello, da un topo volante poi... Così gli inquilini chiamarono il signor Taddei, grande appassionato di caccia, per liberarsi del problema. La televisione locale, intanto, si era mobilitata per documentare l'accaduto e i genitori di Roberta e Michele raggiunsero i loro piccoli in breve tempo.
“Cattivi!” gridò Roberta in lacrime battendo i pugni sulle ginocchia di suo padre “Brutti! Ora il mio topino morirà per colpa vostra!”.
I genitori non sapevano cosa ribattere, mortificati, quando Michele parlò: “Il cagnolino... Ma come ha fatto?”e si lanciò di corsa nel portone del palazzo, seguito dalla sorella.
Il beagle era sul tetto dell'edificio e stava mordendo le antenne che tenevano imprigionato il suo compagno di sventura. Taddei sparò il primo colpo che sfasciò l'antenna parabolica alla sinistra del topo, borbottando ricaricò e sparò il secondo colpo... Per fortuna che aveva una pessima mira, perché i due bambini coraggiosi si erano parati davanti ai loro amici per difenderli. La pallottola andò a colpire l'altra antenna che cadendo trascinò giù i Michele e Roberta, sotto lo sguardo attonito degli astanti. Il beagle si gettò rapido dal tetto e quando le sue zampe anteriori toccarono i bambini, tutti e tre si ritrovarono in groppa al topo – pallone, sani e salvi. Il gruppetto volò via lasciando tutti a bocca aperta. Il topo e il cagnolino lasciarono i loro piccoli salvatori su un tetto a pochi isolati dal luogo dell'incidente. Il beagle leccò con affetto Michele e Roberta prima di balzare di nuovo sulla schiena del topo e i due si allontanarono lentamente; mentre i bambini si sbracciavano per salutarli, diventarono un puntino piccolo piccolo e poi sparirono all'orizzonte.

mercoledì 5 novembre 2008

Obama Wins!


Ho sempre avuto un rapporto di odio - amore con gli Stati Uniti d'America: da una parte, essendo sempre stata una pacifista convinta (tranne quando gioco a Metal Gear), non ho mai tollerato le loro ingerenze, perpetrate ai danni di tutto il mondo, soprattutto li ho odiati per l'appoggio alle dittature di estrema destra del Sud America. Dall'altra, bhé, non posso certo negare di non essere influenzata dalla loro cultura: i libri e i fumetti che leggo, i film che guardo... Più della metà sono prodotti americani di cui mi nutro tutti i giorni, il loro immaginario mi ha condizionata fin dalla più tenera età ed è parte di me, non posso farci nulla.
La cosa che più mi piace dell'America, comunque, è che riesce sempre a stupirmi: in un paese ancora così conservatore da silurare un politico perché ha fatto sesso fuori dal matrimonio, è stato eletto un presidente come Obama. Io credo che questo sia un esempio, un segnale: in America scelgono il nuovo, il cambiamento, la speranza... In Italia invece, tanto per dirne una, si pensa alle classi differenziate, a ghettizzare gli stranieri: è un provvedimento nazista, ve ne rendete conto? Stamani, all'alba della vittoria, un tizio, la cui altezza è indirettamente proporzionale al proprio ego, si è anche permesso di dire che darà dei consigli a Barack, perché lui ha più esperienza del nuovo presidente americano... Questo tizio ci governa!
Oggi è una data storica per il mondo intero, forse qualcosa cambierà, forse no, ma intanto è caduta un'altra barriera... Ma noi? Quando daremo il buon esempio? Quando ci libereremo di politici razzisti e nostalgici fascisti per scegliere il meglio? L'America è un crogiuolo di razze e la sua grandezza è dovuta anche a questo, non dimentichiamocelo mai.

martedì 4 novembre 2008

Lucca '08

Lucca Comics è finita e ne sento già la nostalgia, perché mi sono divertita un mondo!
L'inizio non è stato dei migliori: mi sono persa il primo giorno per motivi personali (che ho raccontato a tutti, quindi è inutile rinvangare quel triste giovedì), ma poi mi sono ripresa alla grande. Riassumere le emozioni di questi giorni è difficile, perché ne sono successe di cose belle e un mero elenco non rende giustizia ai bei momenti passati, comunque, ci provo; innanzitutto la fiera è stata una scusa per passare un pò di tempo con Alberto, una rarità in questi mesi di lavoro serrato... Per il resto:
  • Gli amici di "Di Fuori" e di "Alex Fog" sono stati grandiosi ai rispettivi stand, superando le più rosee aspettative.
  • Poggy, una delle disegnatrici con cui collaborerò prossimamente, oltre ad essere molto brava è anche una persona squisita, davvero carinissima.
  • Lo stesso posso dire di Nuke ed Elia, con i quali, purtroppo, ho potuto parlare solo brevemente (rimedieremo alla prossima!)
  • Ho approfondito la conoscenza con Lucia, che è una vera forza della natura, e non vedo l'ora di iniziare il progetto con lei!
  • Ho pranzato con Difforme, Alex Crippa e "i suoi ragazzi", tutte persone piacevolissime.
  • Tra i tanti altri "Vip" del fumetto, ho rivisto e scambiato qualche parolina con Ausonia, Burchielli, Matteo Casali, Cammo e consorte, Tenderini, Palumbo, Ponticelli, Alessio D'Uva e Giorgio Trinchero della DoubleShot, lo staff della Comics, in particolare la grandissima Vane, sempre in movimento!

Ho rivisto facce note e care e conosciuto molta gente: non elenco tutti perché sono troppi, ma soprattutto perché sono una sentimentale e mi commuovo subito... Comunque, Pam e Ste hanno davvero fatto un lavoro eccezionale con 08/01/2075, sono orgogliosa di aver scritto una storia per loro e che dire di Nora? Una grande, spero di poterla andare a trovare presto. Se ho dimenticato qualche incontro fondamentale o qualche altra bella persona, insultatemi... è notte e il sonno incombente mi farà sicuramente dimenticare qualcuno di importante.

Mi dispiace soltanto di aver dedicato poco tempo a persone amiche come Luca e Anna, Ilaria e Simone, i miei ex compagni di classe e il grande Caluri. Mi dispiace anche di non aver incontrato Onofrio e di non aver conosciuto Recchioni (d'altronde, l'ho visto una sola volta, fuori da un ristorante, mentre parlava con dei colleghi... Non mi andava di disturbarlo).

Che altro dire? L'esperienza è stata positivissima, si prospettano delle collaborazioni inaspettate ed esaltanti e io ho voglia di lavorare più che mai. Un abbraccio a tutti!

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