giovedì 30 ottobre 2008

Halloween


Dire che sono scocciata è un eufemismo: aspetto Lucca Comics praticamente tutto l'anno e, a causa di uno sgradevole imprevisto, mi sono persa il primo giorno.
Pace! Ho deciso di prenderla con filosofia (non è vero: sono incazzata nera), mi rifarò domani. Mi sfogo, intanto, postando il racconto che avevo promesso a inizio ottobre... Lo so: è lungo, troppo lungo per un post. Lo so: è un giorno prima della data prevista, ma beccatevelo lo stesso!!!!! Tanto non lo leggerete oggi: SIETE TUTTI A LUCCA, TRANNE ME! E fatemi almeno scrivere, no?!
L'illustrazione è della bravissima Stefania Aquaro, che avete già sentito lodare molte volte dalla sottoscritta: la trovate, assieme all'inseparabile e altrettanto talentuosa amica e collega, Pamela Poggiali, QUI.
HALLOWEEN

Vera non amava i luoghi senza luce, ma farsi dare della codarda da quei mocciosi soltanto perché era una bambina... Questo no, non lo avrebbe mai accettato. La lite che aveva portato alla loro piccola scommessa era scattata per colpa di uno scherzetto al posto di un dolcetto... Festeggiare Halloween era il sogno di Vera, Stefano e Daniele che, da sempre, desideravano emulare i loro coetanei dei telefilm americani, vagando per la città vestiti da mostri per chiedere dolci. I tre avevano assillato i loro genitori a tal punto che questi, alla fine, si erano arresi e avevano organizzato la serata che i bambini desideravano.
La mamma di Daniele si era occupata di avvertire i vicini, il papà di Stefano aveva tenuto d'occhio i ragazzi durante il loro giro e la festa vera e propria, con tanto di zucche intagliate e festoni a forma di pipistrello si sarebbe svolta a casa di Vera.
Tutto era andato per il meglio, la strega, il vampiro e il fantasma avevano quasi finito il loro giro ed erano carichi di dolci, poi Vera aveva suonato alla porta del signor Citi, un tipo un po' svitato, che riteneva di avere un gran senso dell'umorismo... La bambina era davanti ai suoi due compagni, quando la porta si aprì non vide nessuno davanti a sé, ma alla domanda: “Dolcetto o scherzetto” un mostro verde le balzò davanti gridando “Scherzetto!!!” e Vera cacciò un urlo così forte da far sobbalzare il padre di Stefano in auto. La piccola non smetteva più di gridare, perciò il signor Citi, mortificato per l'accaduto, si tolse la maschera e si scusò più volte, dandole doppia razione di dolci. Inutile dire che Stefano e Daniele l'avevano presa in giro per il resto della serata; la canzonavano dandole della codarda e della femminuccia e lei, che sapeva di avere un gran coraggio, ma che era anche arrabbiatissima con sé stessa per essersi lasciata prendere alla sprovvista, non era riuscita a godersi la festa per la smania di dimostrare ai suoi amici che lei non era una fifona.
Dopo l'ennesima presa in giro, si era voltata stizzita verso i suoi due amici dicendo: “Vogliamo scommettere che io ho il coraggio di fare una cosa che voi non fareste mai?”
“Cosa?” chiese Stefano con aria di sfida.
“Già... Cosa?” ribadì Daniele.
Nel frattempo gli altri bambini ballavano sulle note di Ghostbusters, alcuni genitori erano già arrivati a prendere i propri figli, la festa volgeva al termine.
“Io farò finta di andare a dormire il prima possibile... Voi fate lo stesso... Per fortuna che abitiamo vicini...”.
“Non capisco... Ma che dici?” azzardò Stefano.
“Già... Che dici?” replicò Daniele per non essere da meno.
“Ci troviamo fra un'ora alla statua di quel signore a cavallo... In fondo alla strada... E poi andiamo agli alberi scuri...”.
“Al cimitero???” dissero i bimbi, stavolta all'unisono.
“Ssshhh!!!” li zittì Vera “Passerò lì dentro tutta la notte... Vi farò vedere io chi è la femminuccia”.
Stefano e Daniele si guardarono perplessi. “Cosa scommettiamo?” chiese il primo incrociando le braccia, subito emulato dall'amico.
“Tutti i dolci che ce la faccio” rispose Vera in tono solenne.
“Tutti che non ce la fai” disse Stefano.
“Tutti...” ripeté Daniele.
I bambini si diedero la mano ed ecco fatto: Vera si trovava già da una mezzora nel cimitero e aveva una fifa blu. I suoi due amici la aspettavano fuori, in attesa della sua disfatta, ma lei era una dura e non voleva darla vinta a quei due sbruffoni. Il suo piano era quello di rannicchiarsi in un posto dove ci fosse un po' di luce... Si era vestita con abiti pesanti e si era portata il suo sacco a pelo da campeggio; avrebbe dormito fino all'alba, quando sarebbe sgattaiolata fuori (le sbarre erano così distanziate tra loro che per lei era stato un giochetto passarci in mezzo) per tornare a letto prima del risveglio dei suoi... Facile come bere un bicchier d'acqua!
Nonostante l'atmosfera lugubre, Vera si appisolò quasi subito. Non sapeva quanto tempo aveva dormito quando la foto della lapide a cui si era appoggiata le parlò...
“Psss” le disse la vecchina in bianco e nero “Forse è meglio se ti trovi un nascondiglio...”.
Vera sgranò gli occhi, ma la signora defunta era tornata immobile nel suo posato ritratto.
Fu allora che Vera sentì delle voci che si avvicinavano sempre di più, fece appena in tempo a ripiegare il sacco a pelo e a nascondersi dietro un grande albero vicino alle lapidi...
Quando li vide fu contenta di non essere nella loro visuale, ma le venì la pelle d'oca... Quei quattro tizi con le teste rasate e le scarpe pesanti erano insieme ad un piccolo vampiro e ad un fantasma... Avevano preso Stefano e Daniele! Vera li conosceva di vista quei ragazzi e ne era sempre stata alla larga; erano grandi, andavano già alle medie (da circa sei anni), ma se la prendevano sempre con i bambini gracili, passavano le loro giornate a insultare, terrorizzare e imbrattare. Gli adulti li ritenevano “cani che abbaiano, ma non mordono”, per dirla come il papà, ma forse solo lei e i suoi coetanei avevano intuito quanto i grandi si sbagliavano su questo argomento. Aveva guardato spesso i loro occhi e nei loro sguardi non aveva visto niente di innocuo... Vera sapeva che erano capaci di fare del male e il fatto che avessero legato i suoi amici e adesso stessero discutendo sul da farsi, trascinando le parole, non la tranquillizzava... Anche il re degli stupidi si sarebbe reso conto che quei quattro erano ubriachi fradici. La bimba era in preda al panico, non le passò neanche per la testa il pensiero più razionale: sgattaiolare fino all'uscita e chiamare aiuto. Era immobilizzata dietro il suo nascondiglio e fu un miracolo, quando il grosso ramo nero le batté due volte sulla spalla, come per attirare l'attenzione, che i i ragazzi grandi non avessero sentito il suo grido strozzato.
L'albero, piegando due grossi rami a mo' di braccia si rivolse a Vera con aria accigliata: “Non ti sei stancata di aspettare? Vuoi che quelli la facciano finita con i tuoi amici?!”.
Vera scosse la testa lentamente; non aveva ancora messo a fuoco ciò che aveva visto, quando l'alto albero scosse la sua folta chioma e dal fogliame sgusciarono in varie direzioni delle piccole creature che, in un primo momento, Vera scambiò per uccelli, ma che riconobbe come fate quando le vide ronzare sopra la sua testa... La delusione fu immensa: avevano i dentini aguzzi e i capelli ispidi, non somigliavano per nulla a quelle dei suoi libri illustrati.
“Ahi!” esclamò Vera, massaggiandosi il collo nel punto in cui una fata l'aveva morsa.
“Non lo sai che stanotte la morte ai bimbi fa la corte?” cantilenò la fatina.
“E che il diavolo arrabbiato cerca il furbo che l'ha fregato?” intonò un'altra.
“E che dal buio della caverna adesso è qui Jack la Lanterna?” continuò una terza.
“C'è la zucca da trovare se i tuoi amici vuoi salvare...” finì una quarta.
L'albero scosse i suoi rami per cacciare le fatine che, svelte svelte, andarono a rintanarsi nelle chiome degli alberi vicini. Quando Vera si voltò di nuovo verso la pianta che aveva parlato, questa era tornata nella sua posizione originaria, questa volta furono delle voci alle sue spalle ad attirare la sua attenzione. Si voltò di scatto: vicino alle tombe dove si era riposata c'erano quattro spettri che giocavano a poker.
“Scusate” azzardò la bimba.
“Non vedi che siamo impegnati?” rispose uno spettro calando un tris di donne.
“Ma... Che cosa volevano dire le fate?” continuò Vera.
Gli spettri posarono un attimo le carte e scossero la testa quasi contemporaneamente, poi uno di loro parlò per tutti: “Questi bambini... Non hanno più fantasia... TV e videogiochi li rendono così poco... bambini, appunto...”.
“Già...” commentò un altro spettro “Ma io voglio giocare ora... I vivi non mi interessano più... Le fate ti hanno detto di andare Jack...”.
“Ma...” iniziò Vera.
“Vai incontro al buio e lui verrà incontro a te...” la interruppe il terzo spettro.
“Verso la cripta dell'angelo menestrello...” finì il quarto mentre tutti si dissolvevano e riprendevano la loro partita.
Vera lanciò un'occhiata verso i suoi amici mentre le teste rasate gettavano Stefano e Daniele, ancora legati assieme, in una fossa vuota poi alcuni cominciarono a gettare terra sui due bambini... Tre di loro usando le mani, ma Vera notò che quello che era riuscito a trovare una pala aveva l'espressione più felice del mondo... La bimba scattò verso il monumento dell'angelo con il liuto con una velocità di cui non si riteneva capace; quella zona del cimitero era la più buia, ma adesso non le importava, voleva solo aiutare i suoi amici e quando balzò nelle tenebre si scontrò con Jack... L'oscurità fu rischiarata da una luce brillante, che proveniva da una zucca intagliata usata come lanterna dal bizzarro uomo che le stava davanti: era alto, curvo ed emaciato, forse era vecchissimo, forse solo provato dall'eternità e guardava incuriosito Vera...
“Cosa ci fa in giro una bambina di notte... E nella notte più pericolosa poi?” le chiese Jack.
La piccola scoppiò in lacrime e abbracciò Jack (gli arrivava appena alle ginocchia!), non riusciva a smettere mentre gli raccontava tutta la storia, dallo scherzo del vicino, alla scommessa, fino all'indesiderato epilogo.
Jack non si scompose, si schiarì la voce e si chinò sulla bimba; guardandolo meglio, Vera si rese conto che aveva un aspetto davvero inquietante, tuttavia la sua macabra figura non la spaventava.
“Stai parlando con l'uomo che ha ingannato il diavolo...” si vantò Jack “Non saranno certo quattro sbruffoni ad intimorirmi... Ma tu sei abbastanza coraggiosa per salvare i tuoi amici?”.
“Loro sono nei guai proprio perché io volevo dimostrare di essere coraggiosa...” rispose Vera tirando su col naso “Farò qualsiasi cosa per loro”.
“Bene” disse Jack “Devi attirarli nel buio, nel punto dove ci siamo incontrati... io vado a svegliare alcuni vecchi amici... Ci rivediamo lì” finì avviandosi di nuovo verso l'oscurità.
Vera tirò un profondo sospiro e si avviò a grandi passi verso la fossa dove quei criminali stavano sotterrando i suoi amici.
Quando fu abbastanza vicina gridò a pieni polmoni “Ehi! Teste di rapa! Smettetela subito o chiamo la polizia!”.
I quattro drizzarono le orecchie come animali braccati, ma quando individuarono la bambina si rilassarono subito e partirono tutti all'attacco; per fortuna che l'alcool li aveva resi ancora più lenti e ottusi di quello che erano da sobri... La bimba partì come una gazzella, correndo tra gli alberi scuri, zigzagando fra le tombe, poteva udire le filastrocche delle fate e i mormorii degli spettri, andò più veloce che poté, ma fu acchiappata lo stesso dal più smilzo del gruppo e si sentì perduta... In preda al panico com'era non si era resa conto di essere già arrivata nel buio.
“Cosa facciamo alla ficcanaso?” domandò lo smilzo.
“Io ho tante idee” rispose il tipo più grasso pulendosi il naso con la manica della felpa “Sarà una nottata divertente”.
Un alito di vento gelido freddò questi discorsi e l'oscurità fu squarciata da un piccolo tornado che si diresse impetuoso verso i quattro malcapitati, Vera si divincolò e riuscì a liberarsi dalla presa e corse via, sbattendo di nuovo contro Jack, che la prese in braccio.
“Meglio se stai accanto a me... Le anime inquiete non distinguono tra buoni e cattivi quando hanno fame di vita” disse coprendo gli occhi alla bambina e mettendosi in marcia. I quattro ragazzi erano sbattuti da una tomba all'altra dal ciclone di anime che facevano a gara ad accaparrarsi i loro corpi, lottando tra loro.
“Cosa vuol dire?” domandò Vera.
“Stanotte le anime dei morti hanno l'opportunità di assaggiare di nuovo la vita... Per i tizi laggiù sarà... un'esperienza interessante...” rispose Jack.
“Moriranno?” chiese Vera.
“Se riescono a superare la notte no... Si risveglieranno storditi, questo sì” disse Jack poggiando la bimba davanti alla fossa dove erano stati sepolti Daniele e Stefano.
La bimba aprì gli occhi e vedendo la terra che ricopriva quasi interamente i suoi amici, iniziò a scavare freneticamente, chiamandoli per nome, quando li ebbe liberati tirò un sospiro di sollievo... Respiravano...
“Vado a chiamare aiuto!” disse pulendosi le mani sporche di terra sui vestiti, ma prima di andare si voltò; Jack era ormai lontano, indefinito, rischiarato dall'alba nascente.
“Jaaack... Grazie!” gridò Vera.
Jack alzò una mano in segno di saluto e riprese il suo eterno cammino.

martedì 28 ottobre 2008

Lucca Comics alle porte


Che cosa staranno per dirsi Selma Wood e Alex Fog in questa vignetta? Si baceranno? Si diranno addio? Si ammazzeranno a vicenda? No, decisamente nessuna di queste tre cose... Per scoprirlo non vi resta che correre in fiera e precipitarvi ad acquistare il volumetto "ALEX FOG" della Q - Z ARTS, che racchiude ben cinque storie da brivido, tra le quali la mia "The Zombie Age", disegnata splendidamente da Davide Susini, che ho martirizzato in fase di realizzazione... A giusta ragione, visto l'ottimo risultato conseguito! Ci sono disegnatori con cui è un piacere lavorare: Davide e le altre persone con cui sto collaborando al momento, appartengono tutte a questa categoria... Premiate dunque l'impegno di questi giovani e promettenti artisti: fatevi vedere numerosi a Lucca Comics e, soprattutto, FRUGATEVI!!!

domenica 26 ottobre 2008

I DIPLOMATI



Sono fermamente convinta che l'apprendimento sia influenzato in larga misura dalla classe in cui ti ritrovi: più la compagnia è piacevole, più volentieri affronti il tuo percorso e più impari. Il confronto con persone intelligenti ti stimola sempre a fare di meglio, a impegnarti, a superarti (la enterogelmini, probabilmente, questo non lo sa) e, a volte, ribalta le tue prospettive: io, per esempio, sono entrata alla Comics come aspirante disegnatrice e ne sono uscita sceneggiatrice... Che dire, non mi sono mai sentita così appagata, non ho mai lottato come in questi tre anni e il tempo è letteralmente volato, soprattutto grazie alle splendide facce qui sopra (tra cui sono mimetizzata anch'io), ammirate dunque i "DIPLOMATI", il roseo futuro del fumetto italiano :-)

mercoledì 22 ottobre 2008

Tom Sawyer


Avevo il libro de "Le avventure di Tom Sawyer" di Twain ma, come succede spesso quando l'occhio è condizionato dall'immagine prima della lettura, i personaggi per me avevano il volto di quelli che avevo conosciuto nel cartone animato: ero molto piccola e ho preteso di avere la versione del testo accompagnata dalle immagini di quell'anime... Passavo giornate a ricopiarne i disegni, ma c'era un'illustrazione che non smettevo mai, mai di guardare: i bambini che fuggivano nella grotta, inseguiti da Joe l'Indiano che si protendeva minaccioso verso di loro... è stato proprio il ricordo di questa immagine ad ispirare il racconto che segue. Spero che vi piaccia.


IO, TOM SAWYER


Il piccolo pullman giallo con l'allegra scritta “Scuolabus”, in corsivo sulla fiancata, sfrecciava per le campagne, accompagnato dallo scoppiettio del motore e dalle voci argentine dei ragazzi, contenti di ritornarsene a casa dopo le fatiche della scuola.
Ormai non erano rimasti in molti a chiacchierare sui sedili del vecchio bus, più o meno una decina, poiché quasi tutte le fermate erano state fatte e restavano soltanto le due vicine alle poche case fuori città... Ancora un quarto d'ora e tutti sarebbero arrivati a destinazione.
Alcuni piccoli scalmanati si agitavano sui sedili in fondo, bisticciando ad alta voce mentre barattavano le loro “carte dei mostri”, altri chiacchieravano dei programmi in TV e i due secchioni della scuola parlavano, con una serietà degna di un docente, del compito di matematica, troppo facile per i loro standard.
Solo un paio di bambini erano da soli, ma seduti ad una certa distanza l'uno dall'altra: Tommaso e Lorena. Per Tommy non era una novità starsene da solo; gli altri lo ritenevano noioso perché non giocava a pallone e nemmeno alla Playstation, parlava sempre poco e leggeva troppo (libri senza figure poi!), senza contare che non guardava mai la TV, già questo sarebbe bastato per emarginarlo, ma a lui sembrava che non importasse. Gli altri non lo potevano sapere, ma l'unica cosa che lo preoccupava al momento era la sparizione di Zell, il pappagallo dei suoi vicini. Ultimamente in paese erano spariti un sacco di animali, Tommy non ne era stato turbato, ma la sparizione di quel simpatico volatile l'aveva toccato nel profondo.
La mamma portava spesso Tommaso dalla signora Vanni, la proprietaria di Zell, una signora molto logorroica che gli faceva venire sonno (con la collaborazione della mamma, per la verità), quando spettegolava; grazie a Zell quei pomeriggi erano diventati meno noiosi, era un animale intelligente e ricettivo e non era vero che non capiva e non parlava, come sosteneva la signora, semplicemente lei non sapeva trattare con lui, con Tommy era in piena empatia, ma adesso lui era scomparso. Se non fosse stato per questo pensiero sarebbe stato totalmente assorbito dal suo libro: aveva letto non ricordava nemmeno lui quante volte “Tom Sawyer”, ma quando arrivava al punto della grotta e di Joe l'indiano per lui era come rivivere ogni volta un'avventura.
Lorena, invece, non aveva pensieri... Si stava semplicemente annoiando a morte! Faceva oscillare le gambe sul sedile, troppo alto per lei, avanti e indietro e guardava fuori dal finestrino distrattamente, senza trovare, però, nulla di interessante. Le sue amiche erano tutte scese prima e lei era rimasta l'unica bambina sul pullman. Questo le pesava ed inoltre era sinceramente offesa... Non si capacitava del fatto che uno come quel Tommaso, che non aveva nessuno con cui parlare, non l'avesse ancora notata. Aspettò a lungo che lui si avvicinasse, con una scusa qualunque, per attaccare discorso con lei, ma non successe niente. Dopo varie elucubrazioni Lorena concluse che l'unica giustificazione al comportamento di quel bambino così strambo fosse il non averla vista e decise, sebbene a malincuore, di attaccare discorso per prima, tanto per ammazzare il tempo. Si alzò di scatto e quasi cadde per un improvviso sobbalzo del bus, probabilmente dovuto all'urto con un grosso sasso, ma subito si ricompose e andò a sedersi accanto a Tommy, che non alzò gli occhi dal libro, neanche quando lei lo salutò, da tanto si era lasciato di nuovo coinvolgere dalla lettura. Lorena pensò che fosse un po' toccato, ma non mollò e stizzita gli strappò il libro dalle mani, tenendolo in alto, lontano dalla sua portata.
“Ho detto: CIAO!” esclamò acida.
“Ehi! Ridammi il libro! Stavo leggendo...” replicò Tom sporgendosi per riprenderlo.
“È da maleducati non rispondere...” continuò la bambina, ma in quel momento un altro sobbalzo, più evidente del primo, li fece saltare sul sedile, il piccolo bus perse lentamente velocità fino a fermarsi del tutto. L'autista scese e dopo un attimo di silenzio i bambini sentirono uno sproloquio di cui colsero soltanto poche parole (che le mamme non avrebbero gradito, ma che i bambini inglobarono subito nel loro vocabolario personale).
Una gomma dello scuolabus era a terra e per riparare il danno ci sarebbe voluto un bel po'; prima di mettersi al lavoro, l'autista risalì per dire ai passeggeri di starsene tranquilli ai loro posti. Tutti ripresero le rispettive attività, ma Lorena, tenendosi ben stretto il libro di Tom, cominciò a dargli di gomito.
“Avanti! Questa è la nostra occasione per divertirci un po'... Scendiamo ed esploriamo i dintorni!”
“Ma non possiamo...” rispose Tom, scocciato per essere stato interrotto nella lettura sul più bello.
“Allora è vero che sei noioso!” esclamò Lori “Facciamo così: se vieni ti restituisco il libro”.
Tommy si sentì francamente offeso... Lui noioso? Ma se conosceva più storie lui di tutti quei mocciosi messi insieme? Ma non fu il suo orgoglio ferito a spingerlo a dare corda a Lorena, bensì il desiderio di riavere il suo amato libro. I due sgattaiolarono fuori dal bus, rapidi come due topolini in fuga, per tuffarsi nell'erba alta attorno alla strada e nessuno badò a loro.
“E adesso che si fa?” chiese Tommy, non molto contento di questo cambio di programma.
“Si va in giro” rispose Lorena convincendosi sempre più che quel ragazzino era veramente una pizza.
La bambina saltellava nell'erba, allontanandosi sempre più dalla strada e Tom la seguì, o meglio, seguì il suo libro, voltandosi ogni tanto verso il pullman, che si rimpiccioliva sempre di più.
Era una giornata calda... Le vacanze erano vicine, i grilli frinivano e ogni tanto saltavano, mettendo in mostra le loro alette, rosse o azzurre, tra i fili d'erba irregolari del prato, spuntavano soffioni e margherite gialle. A qualche metro di distanza da loro si trovava una baracca molto malandata.
“Chi arriva ultimo è scemo!” cantilenò Lori iniziando a correre.
“Ehi! Non vale” gridò di rimando Tommy, cercando di raggiungerla, ma non era mai stato forte nella corsa e quando arrivò a toccare il muro della casetta aveva il fiato corto, si appoggiò alla parete con la testa bassa prendendo grosse boccate d'aria, ma qualcosa gli fece rialzare rapidamente il capo: il rombo di un motore.
“Stanno ripartendo senza di noi...” mormorò con il poco fiato che gli restava e iniziando a camminare a passo svelto in direzione della strada, ma ormai era tardi; sbuffando e rombando il pullman era già uscito dalla sua visuale... Evidentemente l'autista non si era preso la briga di ricontarli. Ansimando Tom si fermò, rendendosi conto in quel momento che Lorena non solo non aveva detto una parola sull'accaduto (e per una così era già un evento di per sé), ma che non si era neanche mossa. Si voltò e la prima cosa che notò fu il suo libro a terra... Quella sciocchina l'aveva lasciato cadere! Eppure non andò subito a recuperarlo perché era impressionato dall'atteggiamento della sua compagna di sventura. Lorena era pallidissima, stava in punta di piedi a sbirciare dentro la baracca da uno dei finestrini e nei suoi occhi vedeva riflesso il terrore. La rabbia di Tom per il libro si placò e il bambino intimò a sé stesso di non prendersela con lei. Si avvicinò titubante al finestrino e si alzò sulle punte per guardare... Per un momento credette di vedere Joe l'indiano, ma non fu lui che gli si mostrò.
Al centro di quella sporca stanza c'era un tavolo, a cui era seduto un uomo piuttosto giovane, con i capelli lunghi e unti e gli occhi piccoli, senza luce; in una mano teneva uno spillone, nell'altra uno scarabeo di un verde talmente intenso da sembrare un gioiello, che continuava a rigirarsi tra le dita. Lo sguardo del ragazzo era assorto ma, ad un tratto, con un movimento repentino, infilzò il povero insetto e, per un istante, Tom vide brillare nei suoi occhi una strana luce.
Lorena si girò di scatto e fu abbastanza veloce da coprirsi la bocca con entrambe le mani per smorzare il suo grido. Tommy, invece, era rimasto impalato ad osservare la scena perché aveva notato che intorno all'assassino di scarabei c'erano tantissime gabbie che imprigionavano gli animali più svariati e in quello zoo in miniatura aveva visto anche Zell, era certo che fosse lui, per questo, quando l'uomo si voltò verso la finestrella, Tom tardò di una frazione di secondo ad abbassarsi e restò un attimo seduto accanto a Lori, zitto e immobile, finché non sentì il leggero scricchiolio della porta che si apriva.
Senza indugio Tommaso afferrò Lorena per un polso, trascinandola via nella sua corsa disperata; mai più andò così veloce, la paura gli fece dimenticare di essere una schiappa, ma l'uomo vide i due intrusi sfrecciare nell'erba e si gettò all'istante al loro inseguimento. Le sue gambe erano lunghe e i bambini lo sentivano sempre più vicino, arrivò quasi ad acchiappare Lori per il colletto e ci sarebbe riuscito se un sasso provvidenziale non lo avesse fatto cadere lungo disteso, purtroppo però, il panico aveva annebbiato la mente dei bambini che, invece di dirigersi verso la strada, si erano mossi a casaccio e adesso erano senza fiato... Si infilarono in un'apertura in cui erano quasi caduti, che si rivelò una piccola grotta sotterranea, tenendo per mano Lorena, che si era trasformata nella sua Becky, si sentiva come il suo beniamino. I due si nascosero in uno dei cunicoli per riprendere fiato, si guardarono negli occhi senza dire nulla, lei gli strinse più forte la mano e lui ricambiò. Entrambi trasalirono quando sentirono i passi del maniaco rimbombare nella grotta, si abbracciarono e restarono in attesa, in silenzio... Come avrebbe voluto il piccolo Tom essere nel suo libro invece che nella realtà! Ma come nei migliori romanzi, quando l'uomo arrivò a pochi passi da loro, si fermò... Aveva sentito un rumore ed era troppo vicino. Là fuori qualcuno stava chiamando i bambini a gran voce e l'assassino realizzò che se quel qualcuno avesse visto cosa c'era nella capanna o, ancora peggio, nel retro, lui avrebbe passato grossi guai, così si preparò ad uscire: avrebbe affrontato l'intruso con aria amichevole e poi lo avrebbe sistemato. Tom non si lasciò sfuggire questa occasione, deglutì, pregò che quello fosse il degno finale della storia, afferrò il primo grosso sasso che gli capitò a tiro e lo lanciò con tutte le sue forze, mirando alla testa del suo Joe... Lo mancò di parecchio. Il sasso volò alto sopra la sua testa e in quel momento Tommy rimpianse di aver sempre snobbato i giochi dei suoi coetanei. L'uomo si voltò furibondo, ma prima che balzasse sui bambini una gragnola di sassi gli calò sulla testa dal soffitto della grotta. Tom si rimproverò per il suo precedente pensiero. Lori gli schioccò un bacio sulla guancia, prima di gettarsi fuori dall'angusto nascondiglio e non lanciò neanche un'occhiata al maniaco prima di uscire nella luce, sbracciandosi e chiamando aiuto. Tom passò più lentamente, toccandosi la guancia trasognato, ma diventò di ghiaccio quando sentì una mano serrarsi attorno alla sua caviglia... Si sentì seccare la gola mentre dietro di lui “Joe” si rialzava liberandosi da sassi e polvere. Nel frattempo Lori era corsa incontro all'autista, che si era sentito invecchiare di dieci anni negli ultimi venti minuti e che, vedendo la bambina, si sentì rinato, anche se non capì una parola del discorso confuso che gli stava facendo. L'autista era in piedi sulla soglia della baracca e aveva già due shock da cui riprendersi: prima quello per la sparizione di due bambini affidati a lui, poi quello per ciò che aveva appena visto sul retro di quel piccolo inferno. La bambina gli arrivò addosso a velocità inaudita e lo travolse con tanto impeto da fargli perdere l'equilibrio. Lui non cadde, ma urtò alcune gabbie, tra cui quella di Zell, che volò via senza pensarci su. Il pappagallo stava per allontanarsi, ma dalla grotta udì un grido di una voce che gli era famigliare.
“Tomy? Tomy?” disse sbattendo le ali e si diresse verso l'apertura.
Nel frattempo, Tommaso stava vivendo il suo più grande momento di terrore: Joe lo stava trascinando sempre più lontano dall'uscita, mantenendo un silenzio che gli sembrava più minaccioso di mille parole, ma ad un tratto si fermò e tutto accadde... L'assassino aveva tirato fuori un coltello a serramanico dalla tasca, ma un frullio di ali gli fece alzare lo sguardo e Zell gli piombò sulla faccia, beccandolo con forza. Joe si prese il volto fra le mani gridando e rovinò a terra, maledicendo il pennuto. Tommy seguì l'amico fuori dalla grotta: Zell rispose con un “Prego” al suo grazie e lo salutò prima di volare via verso la libertà.
Lori corse ad abbracciare il suo nuovo eroe e Tommaso non pensò più a recuperare il suo libro.

domenica 12 ottobre 2008

Aspettando Lucca Comics 2


Solitamente, quando finisce la scuola, ci si saluta commossi, assicurandoci che ci vedremo presto, ma in realtà non ci rincontreremmo mai più se non fosse per il tristissimo Facebook... Ma noi , ex terzo anno della Comics di Firenze, abbiamo smentito questo luogo comune, tenendoci in contatto durante tutta l'estate tramite un blog privato e progettando una Fanzine che potrete ammirare a Lucca Comics, intanto gustatevi la copertina realizzata da Vincenzo Bizzarri (che, tra le altre cose, sta facendo un bellissimo lavoro per un progetto che stiamo portando avanti insieme) e Filippo Rossi; è stato proprio Pippo l'organizzatore di questa impresa, facendo da direttore in modo magistrale, tenendoci uniti, sollecitando tutti e proponendo sempre ottime idee. Colgo l'occasione per ringraziarlo di essere così com'è: un grande.
Ieri pomeriggio abbiamo definito i dettagli del tutto con una bella "Reunion", inutile dire che è stato un piacere rivedere quelle bellissime persone che mi hanno tenuto compagnia per tre anni, chiacchierare e ridere di nuovo tutti insieme; spero che questo sodalizio continui e che porti a nuove collaborazioni, sempre più ambiziose, perché noi siamo tutti tosti, non c'è che dire!
Ci troverete a Lucca a fine mese, dunque; un pò allo stand della Scuola Internazionale di Comics e un pò... dappertutto! Come un virus ci spargeremo ovunque per divulgare la nostra opera e acculturarvi sulle meraviglie dei Fumetti da Cesso! Al prossimo aggiornamento.

venerdì 3 ottobre 2008

Aspettando Lucca Comics


Lucca Comics si avvicina a grandi passi e ne sono contenta, a questo proposito vi segnalo che il sito dedicato ad Alex Fog è stato aggiornato; qui sopra potete gustarvi in anteprima la bellissima copertina disegnata da Arjuna Susini, uno dei validi motivi per accapararvi questo volume "limited edition" che racchiude anche "The Zombie Age", la mini storia che ho scritto con entusiasmo per Davide Susini e di cui sono molto orgogliosa... Fatemi scrivere di zombie e affini per rendermi una donna felice!

mercoledì 1 ottobre 2008

L'amico immaginario

Nuovo mese, nuova storia. Vorrei aprire e chiudere Ottobre inserendo due fiabe illustrate dalle bravissime Bkiss, con cui avrò la fortuna di collaborare per la realizzazione di un progetto a cui tengo molto e che proporremo insieme alla prossima Angoulême. Pamela Poggiali, autrice della deliziosa illustrazione che vedete, si è occupata delle illustrazioni del racconto del giorno, mentre Stefania Aquaro si è occupata di "Halloween" che leggerete, appunto, il 31 ottobre.

L'AMICO IMMAGINARIO

La signora con gli occhiali spessi e l'acconciatura strana lo guardava come se fosse pazzo, questo riusciva a percepirlo anche se era piccolo. Era stata la mamma ad influenzarla, ne era sicuro, d'altronde c'era anche la sorellina in arrivo a cui pensare... Ma Simone sapeva benissimo di non essere pazzo; lui lo vedeva e non si capacitava del fatto che gli altri non notassero una presenza così ingombrante. Era arrivato quando papà se n'era andato... Così gli avevano detto tutti piangendo, inizialmente, Simo aveva chiesto dove fosse andato e perché non lo aveva avvertito della partenza, ma a quel punto lo zio lo aveva preso da parte e gli aveva spiegato che quella era una frase per addolcire una realtà troppo amara. Avrebbe dovuto piangere, ma non c'era stato spazio per le lacrime poiché, mentre lo zio gli parlava, aveva visto una cosa incredibile dalla porta a vetri che dava sul giardino: un elefante. Si guardò intorno, per scrutare le reazioni della gente, ma sembrava che nessuno avesse fatto caso a quella singolare presenza. Si avvicinò pian piano al giardino, molti dei parenti lo stavano osservando con aria compassionevole, ma lui era troppo rapito da quella visione per elaborare ciò che gli era stato appena detto. Andò in giardino e si fermò a bocca aperta davanti al pachiderma.
“Chi sei? E cosa ci fai nel mio giardino?” chiese Simo.
“Sono l'elefante Massimo, ma tu puoi chiamarmi Max, se ti va...” rispose l'animale.
“Ti chiami come il mio papà?” chiese.
L'elefante abbozzò un sorriso, o almeno così sembrò al piccolo... Non aveva letto da nessuna parte che gli elefanti potessero sorridere.
“Perché sei qui?” aggiunse.
L'elefante gli fece l'occhiolino (non sapeva neanche che potessero fare questo) e gli rispose che era venuto per fargli compagnia; gli sarebbe stato vicino per un po'. Fu a quel punto che Simo ricordò una conversazione interessante avuta con papà qualche settimana prima. Stavano guardando un documentario sui predatori e Simo aveva detto a papà che se avesse potuto scegliersi un amico tra gli animali avrebbe optato per un elefante. Il papà gli aveva chiesto perché e lui gli aveva illustrato la sua teoria: con uno che mangia gli altri animali, come il leone, si può stare sicuri nella savana, ma devi sempre guardarti le spalle perché a lui potrebbe venire voglia di mangiarti, con un erbivoro come la gazzella puoi fidarti, ma rischi di essere sbranato dalle belve feroci, mentre con l'elefante hai protezione e sicurezza allo stesso tempo. Non è fantastico? E così Simone abbracciò la grossa zampa dell'elefante senza dire nulla, per lui tutto era a posto, di sicuro papà gli aveva mandato questo regalo, ma parenti e amici, vedendolo abbracciare il nulla sorridendo, si erano sinceramente preoccupati, soprattutto la mamma, già abbastanza afflitta dalla perdita del marito e da una gravidanza difficile quasi al termine. La donna non aveva perso tempo e lo aveva spedito di gran carriera dalla psicologa, che adesso lo guardava severa, mentre scandiva la sua sentenza: il dolore per la perdita si era cristallizzato in una figura immaginaria sostitutiva di quella paterna... Quanti paroloni, nonostante fosse soltanto in terza elementare, Simo si sentiva in perfetta sintonia con la cuginetta grande quando diceva che se non ti può capire una persona che ti conosce bene, figurati se può farlo un estraneo che ha la pretesa di conoscere le complicazioni dell'animo umano perché ha letto qualche libro... Il concetto non gli era del tutto chiaro, ma lo condivideva. Il bambino annuiva a tutto ciò che diceva la bizzarra signora piena di tic che gli stava davanti, perché sapeva che assecondarla avrebbe fatto contenta la mamma e, soprattutto, gli avrebbe tolto di mezzo quella noia. A fine seduta, mentre la signora illustrava alla madre i suoi progressi, Simo arrivò anche alla conclusione che sarebbe stato meglio tenersi per sé il suo tesoro e strizzò l'occhio al suo enorme amico, che ricambiò.
Nei giorni successivi Simo non fece cenno all'elefante, anche perché la mamma non stava bene, era costretta a letto dai dolori e lui, da bravo ometto, cercò di aiutare come meglio poteva... per fortuna che la sua maestra era buona e aveva capito che il problema assenze era marginale in quel momento. Si era anche sforzato di piangere, per convincere la mamma che non era sotto shock, ma le lacrime non erano mai arrivate.
Un giorno, mentre cercava di pulire la cucina (nessuno glielo aveva chiesto e, in realtà, stava pasticciando un bel po', ma la mamma aveva apprezzato il gesto lo stesso) sentì un fragoroso tonfo. Si voltò di scatto e vide Max mortificato; girandosi aveva rotto tutti i piatti impilati sul tavolo. La zia, che sarebbe dovuta essere la spalla della mamma dopo il lutto (ma che, secondo Simo, era strana perché faceva colazione con il liquore al cioccolato e beveva sempre da un sacco di bottiglie scure), accorse in cucina e la mamma la seguì, più lentamente e tenendosi il pancione, con espressione dolorante. Agli aspri rimproveri delle due donne il bambino si lasciò sfuggire: “Ma è stato Max! Non è colpa sua se è così grosso...”.
E a quel punto la mamma ruggì contro di lui, Simo si rannicchiò addosso a Max spaventato, sperando che quel momento di rabbia passasse presto, quella mamma – leonessa proprio non gli piaceva: “Allora mi hai solo mentito per smettere la terapia?! Non esiste nessun Max, lo vuoi capire?! Tuo padre è morto... Non c'è nessuno qui... Nessuno...”. Ma si interruppe a metà frase, uno scroscio d'acqua le bagnò le gambe, Simo pensò che si fosse fatta la pipì addosso, ma dalle sue urla e dal panico della zia, che non gli sembrava molto in forma neanche lei, capì che la nascita della sorellina era vicina. Mentre la zia si metteva alla guida, con la mamma in pieno travaglio sul sedile posteriore, il bambino sentì un brivido lungo la schiena, che si raffreddò ulteriormente quando la donna girò la chiave nell'accensione e partì a razzo. Il bambino si rivolse a Max spaventato, sapeva che gli elefanti erano saggi e che lui non l'avrebbe deluso in un momento del genere. Max chinò la testa e fece salire Simo, senza perdere tempo.
“Al galoppo mio piccolo, amico!” disse il pachiderma.
Simo sentiva il vento sferzargli la faccia mentre rincorrevano la macchina che andava a tutta birra; non sapeva che gli elefanti fossero così veloci e così precisi. Nonostante la sua mole, Max non danneggiò nemmeno una macchina. Simo si teneva per le grosse orecchie dell'amico e, d'improvviso, un'idea favolosa gli attraversò la mente.
“Puoi anche volare?” chiese.
“Se lo vuoi sì” rispose Max ed era già in volo prima di terminare la frase.
“Yu – uuh, Max! Vola!” gridò Simo mentre si avvicinavano all'auto della zia, ma la sua gioia fu smorzata da qualcosa che non avrebbe voluto vedere; dall'alto notò come il mezzo che trasportava la persona più importante per lui e la sorellina che gli avrebbe rubato attenzione e giocattoli, ma alla quale era già affezionato, procedeva a zig – zag e come stesse pericolosamente invadendo l'altra corsia, dove un grosso camion rimorchio stava procedendo di buona lena in direzione opposta.
“Dobbiamo fermarlo! Gli sarà addosso in un attimo!!!” urlò Simo.
“Sei pronto alla picchiata, folletto?!”.
Simo trasalì, questo era il modo in cui papà lo chiamava sempre, stava per dire qualcosa, ma non ebbe il tempo, erano già sulla strada. Il camion fece appena in tempo a sterzare quando vide la Mini della zia, ma il grosso rimorchio avrebbe preso in pieno la macchina se Max non si fosse messo in mezzo.
“Tienti forte folletto!!! Non mollare mai la presa! Mai!”.
La fiancata andò a sbattere contro qualcosa che non vide e si staccò dal rimorchio ribaltandosi.
La zia, che aveva inchiodato più per un riflesso condizionato che per scelta, era impietrita, anche perché non capiva che cosa ci facesse suo nipote lì fermo in mezzo alla strada a singhiozzare.
Tutto accadde in fretta: l'uomo chiamò l'ambulanza che arrivò in tempo per portare all'ospedale la mamma. Dopo qualche ora nacque Elisa, che Simo non volle vedere subito. I parenti non capirono perché stava singhiozzando adesso, in questo momento di gioia, dicendo che il suo papà se n'era andato, visto che era morto quasi un mese prima... Forse avrebbero capito meglio sentendo la testimonianza del camionista che, davanti ai poliziotti scocciati, affermò che il suo rimorchio era stato fermato da un grosso peso e che adesso era tutto ammaccato, come se gli fosse andato incontro un elefante.

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