
Questo è uno dei racconti che ho inserito nella presentazione del libro "Sogni e Paure", preparata per la Fiera di Bologna dello scorso anno. Le illustrazioni di questa storia sono state realizzate dal bravissimo Cosimo Torsoli.
Cambiando discorso, i giorni scorrono veloci, Lucca Comics è sempre più vicina e non vedo l'ora di immergermi nei vicoli stracolmi di gente che condivide la mia stessa passione per il fumetto, per respirare di nuovo quell'atmosfera unica che si assapora solo lì, in quel particolare periodo dell'anno. Vi aspetto allo stand... Quale stand, direte voi? Per ulteriori informazioni vi rimando al prossimo post (o a quello ancora successivo, chissà...), nell'attesa scrivo, scrivo, scrivo... A presto.
IL TOPO DI BIBLIOTECA
Fabio si sentiva a disagio pensando alla trappola in soggiorno. Neanche a lui piacevano i topi, però non gli piaceva neanche pensare che i suoi se ne sbarazzassero in modi ai suoi occhi così crudeli.
Prima era stata la volta dell'esca avvelenata che, per dirla come sua madre, “non faceva soffrire”. Da come avevano trovato la povera vittima, non se la sentiva di scommettere che non aveva sofferto; avevano trovato il topolino molto distante dal boccone fatale e a Fabio sembrava quasi di vederlo mentre si trascinava agonizzante dietro la cassettiera della cucina... Chissà se gli era passata tutta la vita davanti... E chissà poi cos'era degno di nota nella vita di un topo... Il bimbo sperò soltanto che non avesse lasciato una famiglia numerosa, speranza che si rivelò vana poiché, dopo il decesso del primo roditore, altri escrementi di topo erano stati trovati nei cassetti e le provviste rosicchiate erano la prova tangibile della presenza di nuovi estranei.
Fabio aveva appena dato una degna sepoltura al topo e non aveva voglia di ripetere l'operazione con altri... Avrebbe preferito una decisione radicale, già... che la mamma chiamasse pure la disinfestazione, almeno si sarebbero liberati della colonia e lui non sarebbe stato costretto ad assistere al massacro in diretta.
A cena aveva provato a far valere la sua opinione, ma nessuno lo aveva appoggiato; contrario alla sua idea era soprattutto suo fratello maggiore, che da sempre aveva un certo gusto per il macabro. Fabio aveva il sospetto che Diego, suo fratello appunto, avesse spostato il mobile per osservare la lenta morte del topo, gli pareva proprio una cosa da lui, non tollerava la mancanza di rispetto (e quella della sua famiglia in generale) nei confronti degli animali, infatti, dopo aver parlato, non restò a tavola per molto, salì le scale e si chiuse in camera mentre loro ancora parlavano delle soluzioni più economiche al problema... Veleno in polvere? La classica trappola? O magari un gatto? Alla fine decisero per la trappola. Anche la sera in cui la collocarono Fabio salì presto in camera sua, senza quasi toccare cibo, il loro compiacimento lo irritava, d'altronde lui era l'incompreso, la mosca bianca; i suoi non facevano niente per nascondere che avevano una preferenza per suo fratello, lui sì che era sulla loro lunghezza d'onda. A volte pensava, anzi, sperava di essere stato adottato; non voleva somigliare a persone che provavano gusto nello sperimentare la morte sugli animali, anche se sgradevoli come un topo.
Lo schermo del portatile gli illuminava il volto nel buio totale della stanza ed il ticchettio sulla tastiera era l'unico rumore a spezzare il silenzio; scrivere per lui era sempre stata, fin da quando aveva imparato a farlo, una sorta di liberazione che lo portava in un mondo tutto suo e lo liberava da qualsiasi cruccio, ma non aveva più scritto niente di buono da quando aveva perso il suo mentore... Era perso nelle sue riflessioni quando sentì lo scatto.
“Ci siamo” si disse e si sbrigò a scendere per precedere suo fratello... Magari il topo era ancora vivo. Scese a piedi nudi per non far rumore, un brivido di freddo gli fece accapponare la pelle, tutte le luci erano spente, il silenzio del sonno aleggiava sulla casa, tendendo le orecchie poteva ascoltare i singoli respiri dei suoi famigliari. Sbirciò il soggiorno dalla ringhiera delle scale e lo vide... Non era morto e doveva essere furbo il piccoletto; la trappola era scattata, ma non gli era stata fatale... Evidentemente era stato molto rapido. Si avvicinò per guardarlo meglio; era piccolo, carino e la sua coda era rimasta incastrata, ma lui non si dimenava, stava lì immobile e coraggioso ad attendere il suo destino.
Fabio, senza indugio, alzò la stanghetta di ferro per consentirgli di sgusciare via. Una volta libero, però, non fuggì, restò a fissare il bimbo, chinando il capo con aria interrogativa, ma il loro primo incontro fu interrotto da un rumore di passi pesanti: era suo fratello, di sicuro.
“Dai, muoviti... Scappa” disse Fabio al topo, ma invece di correre via, come sarebbe stato logico aspettarsi, il roditore cominciò ad arrampicarsi velocemente sul corpo di Fabio per andare a nascondersi nella sua folta chioma, appena in tempo per non farsi vedere da Diego.
“Che ci fai alzato, sgorbio?” chiese Diego.
“Avevo sete” rispose Fabio.
“Mmm” lo guardò il ragazzino, sospettoso “Mi era sembrato di sentire scattare la trappola...”.
“Già... Ma è scattata a vuoto”.
Diego fece un passo avanti e Fabio indietreggiò.
“Senti un pò, mostriciattolo... Non avrai mica liberato il topo?”
Fabio scosse la testa, cercando di sembrare il più naturale possibile.
“Bene... Perché se ti becco a fare una cosa del genere...” Diego si avventò sul fratellino intenzionato a mettere in pratica la sua famosa mossa: strusciargli le nocche delle dita a grande velocità sulla testa... Faceva malissimo e, in quel frangente, doveva evitarla a tutti i costi, poiché avrebbe rivelato la presenza del suo coraggioso amico.
Fabio si mosse velocemente e Diego, mancandolo, incespicò rovinando a terra. Era furioso, si rialzò goffamente; la sua mole era consistente rispetto a quella di Fabio e questo, stavolta, fu un vantaggio per il piccoletto che, con mossa fulminea, risalì le scale e arrivò a precipizio nella sua stanza, chiudendosi a chiave proprio mentre Diego si stava buttando sulla porta.
“Ti ammazzo” gli disse in tono immensamente convincente mentre tirava pugni sull'uscio chiuso.
Fortunatamente tutto quel rumore aveva svegliato i loro genitori che, sebbene molto parziali, stavolta sgridarono Diego per il baccano. Fabio sentì il fratello balbettare qualche giustificazione prima di tornare nella sua stanza, sua madre bussò e lui rispose che andava tutto bene, ma che voleva dormire, portandosi automaticamente la mano alla testa... Rimase sorpreso nel constatare che il topo non c'era più e lo fu ancora di più nel vedere dov'era andato... Se ne stava su due zampe davanti allo schermo del PC e sembrava che leggesse! Fabio restò a bocca aperta per un po', senza sapere cosa fare e la sua sorpresa si trasformò in incredulità quando vide il topo che scriveva sul suo foglio elettronico... Si spostava da un lato all'altro della tastiera e batteva sui tasti velocissimo, poi si fermò ad osservare Fabio.
Il bambino si avvicinò al PC e iniziò a leggere... Non poteva crederci: era perfetto. Aveva scritto in modo magistrale, sistemato le poche frasi sconclusionate che era riuscito a mettere insieme.... Il bambino si voltò versò il roditore a bocca aperta: “Ma tu chi sei?”.
Il topo, rapidissimo, percorse la superficie della scrivania e si calò giù lungo la gamba intarsiata del mobile, per poi risalire sul lato della libreria lì vicina e andare a fermarsi accanto ad un libro, uno dei tanti, accatastati sullo scaffale. Il volume era in equilibrio sul bordo ed il topo andò a collocarsi sulla parte sporgente per farlo cadere, per poi balzare di nuovo agilmente sul mobile. Il bambino guardò il libro a bocca aperta: “In senso inverso”.
“Sei Philip K Dick!?”.
Il topo gli lanciò un'occhiata che a Fabio parve esasperata. Scese dalla libreria, andò vicino al volume e tirò su col naso la foderina, l'aprirsi del libro gli rivelò una frase, scritta a penna, in seconda di copertina: “Al mio amico, scrittore incompreso!”.
Fabio sentì una morsa stringerli il cuore: “Ale...?” mormorò e gli sembrò che il topo annuisse. Alessio era il suo migliore amico, cercava di non pensarci mai, perché ogni volta credeva di aver consumato le lacrime e scopriva che non era vero; lui gli aveva trasmesso l'amore per la lettura e per la scrittura, era il suo punto di riferimento e lo aveva perso da un giorno all'altro... Era caduto di bicicletta e aveva battuto la testa. Fine. Nessun incidente eclatante, una morte stupida, che letta in un racconto sarebbe risultata poco credibile. Da quel giorno non si erano più scambiati le loro storie e lui non era più riuscito a scrivere qualcosa di decente. Ale l'avrebbe chiamato il blocco dello scrittore, ma lui riteneva che semplicemente aveva perso l'unica persona che credeva in lui e che lo spronava a crescere facendo ciò che amava, perciò non aveva molto più senso per Fabio rincorrere i suoi sogni in un mondo dove tutti lo canzonavano spingendolo verso studi più sicuri, per il suo bene, s'intende...
“Ma come puoi... Come puoi esserti reincarnato in un topo?!”.
Il topolino si arrampicò nuovamente sullo scrittoio per tornare al computer e digitò una frase: “Ho chiesto una proroga...”.
Fabio era a bocca aperta: “Una proroga? Ma perché? E perché un topo?”.
“Non ho molto tempo” scrisse lui “Mi hanno permesso di prendere in prestito questo topolino...”
Fabio era ancora intontito dalla scoperta... Avrebbe voluto abbracciarlo, ma aveva paura di fargli male, baciarlo... Bhé... Era pur sempre un topo adesso!
“Non capisco” disse Fabio chinandosi su di lui “Sei tornato per me?”.
“Per te... E per me” scrisse il topo “Per te perché stai prendendo una brutta piega...”.
Fabio lo guardò con aria interrogativa.
“Lo sai. Non scrivi più...” digitò Ale.
“Sei qui per questo? Scrivere non ha più senso ora... Devo pensare a crescere!”.
“Per me...” continuò a scrivere Ale, ignorando le sue lamentele “Perché ho lasciato una cosa incompleta... E solo tu mi puoi aiutare”.
A questo punto Fabio non ci capiva più nulla ed era quasi irritato, sia da bambino che da topo Ale ti lasciava sempre sulle spine prima della rivelazione, proprio un atteggiamento degno del grande scrittore che era.
“Io stavo scrivendo un libro... Secondo me stava venendo bene... Ma poi sono morto...”.
Fabio sentì una vampata di calore che lo stava invadendo, sapeva già cosa stava per chiedergli l'amico nella sua nuova forma.
“Voglio che lo riscriviamo insieme... Io ti darò le dritte... Tu gli darai forma...”.
Fabio si asciugò gli occhi lucidi e tirò su col naso... Sapeva per esperienza che quando Ale si metteva in testa una cosa non c'era verso di fargli cambiare idea e presumeva che l'essere topo non avesse cambiato questa sua caratteristica. “E... Di cosa parla?”.
“Dell'amicizia...” scrisse Ale “Fra due ragazzi che vogliono fare gli scrittori... E che sono osteggiati da tutti..”.
“Quanto tempo abbiamo?” chiese Fabio commosso.
“Tre giorni...”.
“Cooosa?!”.
“Ce li faremo bastare... Circa settanta pagine al giorno... La storia c'è già ”.
La mattina dopo Fabio sgattaiolò fuori dal letto una mezzora prima degli altri, mise a bollire un po' d'acqua e vi immerse il termometro, dopodiché si mise a letto cercando di calarsi nella parte. Quando la mamma andò a svegliarlo lui recitò il ruolo del malato con grande maestria e lei non verificò con una seconda prova quell'allarmante 39° di febbre, così, nonostante le proteste di Diego, lo lasciarono a casa da solo e lui ebbe l'intera giornata per sé: i suoi erano al lavoro e Diego, dopo la scuola aveva gli allenamenti. Si era dimenticato quanto fosse eccitante scrivere... La storia era la loro storia, Ale era bravissimo ad indirizzarlo e correggerlo e i due fecero un gran lavoro quel giorno. A fine giornata, quando sentì la porta dell'ingresso aprirsi, corse a prendere il termometro per ripetere il giochetto (stavolta poggiandolo sul termosifone), ma suo fratello balzò in camera sua con una rapidità inaspettata e rimase a bocca aperta nel vedere suo fratello, che considerava un santerellino, intento in quella sporca manovra per non andare a scuola, ma soprattutto nel vedere un topo sulla sua scrivania.
“Razza di...” non finì la frase e scattò in avanti per catturare il topo che, rimasto per un attimo imbambolato, fu abbastanza veloce da saltare giù dalla scrivania per andare a nascondersi sotto il letto, ma Diego nella foga di catturarlo non vide il filo del portatile in cui inciampò.. Nel cadere a terra si trascinò dietro il computer che cadendo fece un rumore che fece male al cuore di Fabio... Il lavoro di un'intera giornata... anzi... il lavoro di una delle loro tre, uniche, ultime, preziose giornate... Ricacciò indietro le lacrime e il dispiacere fu sostituito dalla furia mentre i suoi genitori entravano in camera sua per capacitarsi di che cosa stava accadendo.
“Lo sgorbio ha fatto finta di stare male per fare forca...” frignò Diego ancora a terra “E nasconde un topo in camera”.
“È vero?!” chiesero in coro i genitori, già arrabbiatissimi, ma la reazione di Fabio fu per loro inaspettata: non pianse, non strillò, non accampò alcuna scusa. Il suo sguardo era di una serietà impressionante, la sua voce era quella di un adulto e questo li raggelò.
“Papà... Mamma...” iniziò “Ho fatto sempre tutto quello che mi avete chiesto di fare... Sempre e senza chiedere nulla. Stavolta ho una richiesta e se non mi verrete incontro, per una volta nella mia vita, io non ve lo perdonerò mai. Non vi considererò più i miei genitori. Ho bisogno di due giorni... E del computer nel tuo studio papà... Non chiedete nulla e dopo, vi prometto, tornerò quello di prima”.
La mamma fece per protestare, ma il padre la bloccò. “Perdi tempo dietro alle tue storielle per altri due giorni...Ti lasceremo in pace. Ne riparleremo in seguito”.
Quando uscirono dalla stanza Fabio si sciolse e il topolino lo raggiunse, uscendo dal suo nascondiglio, si strusciò alla sua gota per complimentarsi. I due giorni e le due notti seguenti Fabio e Ale non si staccarono mai dal computer, mangiarono e bevvero il minimo necessario per sopravvivere, il bambino era preso da una sorta di frenesia, sapeva che se fosse riuscito a terminare quella storia, la sua vita sarebbe cambiata. Arrivarono all'ultima pagina, ma una volta messa la parola fine Fabio sembrava perplesso. Mancavano pochi minuti alla mezzanotte del terzo giorno.
“Perché il co – protagonista, alla fine, è quello che riesce a diventare scrittore e l'altro no?”.
Il topolino veloce veloce scrisse in fondo al manoscritto: “Perché la morale è che solo uno di loro è il vero scrittore e che si tratta proprio di quello che non sapeva di avere talento... Ti voglio...”.
In quel momento scattò la mezzanotte, un'improvvisa folata di vento aprì la finestrella dello studio del padre di Fabio e il topolino smarrito, senza capire che cosa ci facesse lì, guardò il bambino; era terrorizzato. Si lanciò a precipizio verso la finestra e fuggì in giardino.
Il giovanissimo scrittore lo guardò andare via e con un groppo in gola scrisse la parola “Fine” sul loro manoscritto.






