domenica 28 settembre 2008

Il topo di biblioteca


Questo è uno dei racconti che ho inserito nella presentazione del libro "Sogni e Paure", preparata per la Fiera di Bologna dello scorso anno. Le illustrazioni di questa storia sono state realizzate dal bravissimo Cosimo Torsoli.
Cambiando discorso, i giorni scorrono veloci, Lucca Comics è sempre più vicina e non vedo l'ora di immergermi nei vicoli stracolmi di gente che condivide la mia stessa passione per il fumetto, per respirare di nuovo quell'atmosfera unica che si assapora solo lì, in quel particolare periodo dell'anno. Vi aspetto allo stand... Quale stand, direte voi? Per ulteriori informazioni vi rimando al prossimo post (o a quello ancora successivo, chissà...), nell'attesa scrivo, scrivo, scrivo... A presto.

IL TOPO DI BIBLIOTECA

Fabio si sentiva a disagio pensando alla trappola in soggiorno. Neanche a lui piacevano i topi, però non gli piaceva neanche pensare che i suoi se ne sbarazzassero in modi ai suoi occhi così crudeli.
Prima era stata la volta dell'esca avvelenata che, per dirla come sua madre, “non faceva soffrire”. Da come avevano trovato la povera vittima, non se la sentiva di scommettere che non aveva sofferto; avevano trovato il topolino molto distante dal boccone fatale e a Fabio sembrava quasi di vederlo mentre si trascinava agonizzante dietro la cassettiera della cucina... Chissà se gli era passata tutta la vita davanti... E chissà poi cos'era degno di nota nella vita di un topo... Il bimbo sperò soltanto che non avesse lasciato una famiglia numerosa, speranza che si rivelò vana poiché, dopo il decesso del primo roditore, altri escrementi di topo erano stati trovati nei cassetti e le provviste rosicchiate erano la prova tangibile della presenza di nuovi estranei.
Fabio aveva appena dato una degna sepoltura al topo e non aveva voglia di ripetere l'operazione con altri... Avrebbe preferito una decisione radicale, già... che la mamma chiamasse pure la disinfestazione, almeno si sarebbero liberati della colonia e lui non sarebbe stato costretto ad assistere al massacro in diretta.
A cena aveva provato a far valere la sua opinione, ma nessuno lo aveva appoggiato; contrario alla sua idea era soprattutto suo fratello maggiore, che da sempre aveva un certo gusto per il macabro. Fabio aveva il sospetto che Diego, suo fratello appunto, avesse spostato il mobile per osservare la lenta morte del topo, gli pareva proprio una cosa da lui, non tollerava la mancanza di rispetto (e quella della sua famiglia in generale) nei confronti degli animali, infatti, dopo aver parlato, non restò a tavola per molto, salì le scale e si chiuse in camera mentre loro ancora parlavano delle soluzioni più economiche al problema... Veleno in polvere? La classica trappola? O magari un gatto? Alla fine decisero per la trappola. Anche la sera in cui la collocarono Fabio salì presto in camera sua, senza quasi toccare cibo, il loro compiacimento lo irritava, d'altronde lui era l'incompreso, la mosca bianca; i suoi non facevano niente per nascondere che avevano una preferenza per suo fratello, lui sì che era sulla loro lunghezza d'onda. A volte pensava, anzi, sperava di essere stato adottato; non voleva somigliare a persone che provavano gusto nello sperimentare la morte sugli animali, anche se sgradevoli come un topo.
Lo schermo del portatile gli illuminava il volto nel buio totale della stanza ed il ticchettio sulla tastiera era l'unico rumore a spezzare il silenzio; scrivere per lui era sempre stata, fin da quando aveva imparato a farlo, una sorta di liberazione che lo portava in un mondo tutto suo e lo liberava da qualsiasi cruccio, ma non aveva più scritto niente di buono da quando aveva perso il suo mentore... Era perso nelle sue riflessioni quando sentì lo scatto.
“Ci siamo” si disse e si sbrigò a scendere per precedere suo fratello... Magari il topo era ancora vivo. Scese a piedi nudi per non far rumore, un brivido di freddo gli fece accapponare la pelle, tutte le luci erano spente, il silenzio del sonno aleggiava sulla casa, tendendo le orecchie poteva ascoltare i singoli respiri dei suoi famigliari. Sbirciò il soggiorno dalla ringhiera delle scale e lo vide... Non era morto e doveva essere furbo il piccoletto; la trappola era scattata, ma non gli era stata fatale... Evidentemente era stato molto rapido. Si avvicinò per guardarlo meglio; era piccolo, carino e la sua coda era rimasta incastrata, ma lui non si dimenava, stava lì immobile e coraggioso ad attendere il suo destino.
Fabio, senza indugio, alzò la stanghetta di ferro per consentirgli di sgusciare via. Una volta libero, però, non fuggì, restò a fissare il bimbo, chinando il capo con aria interrogativa, ma il loro primo incontro fu interrotto da un rumore di passi pesanti: era suo fratello, di sicuro.
“Dai, muoviti... Scappa” disse Fabio al topo, ma invece di correre via, come sarebbe stato logico aspettarsi, il roditore cominciò ad arrampicarsi velocemente sul corpo di Fabio per andare a nascondersi nella sua folta chioma, appena in tempo per non farsi vedere da Diego.
“Che ci fai alzato, sgorbio?” chiese Diego.
“Avevo sete” rispose Fabio.
“Mmm” lo guardò il ragazzino, sospettoso “Mi era sembrato di sentire scattare la trappola...”.
“Già... Ma è scattata a vuoto”.
Diego fece un passo avanti e Fabio indietreggiò.
“Senti un pò, mostriciattolo... Non avrai mica liberato il topo?”
Fabio scosse la testa, cercando di sembrare il più naturale possibile.
“Bene... Perché se ti becco a fare una cosa del genere...” Diego si avventò sul fratellino intenzionato a mettere in pratica la sua famosa mossa: strusciargli le nocche delle dita a grande velocità sulla testa... Faceva malissimo e, in quel frangente, doveva evitarla a tutti i costi, poiché avrebbe rivelato la presenza del suo coraggioso amico.
Fabio si mosse velocemente e Diego, mancandolo, incespicò rovinando a terra. Era furioso, si rialzò goffamente; la sua mole era consistente rispetto a quella di Fabio e questo, stavolta, fu un vantaggio per il piccoletto che, con mossa fulminea, risalì le scale e arrivò a precipizio nella sua stanza, chiudendosi a chiave proprio mentre Diego si stava buttando sulla porta.
“Ti ammazzo” gli disse in tono immensamente convincente mentre tirava pugni sull'uscio chiuso.
Fortunatamente tutto quel rumore aveva svegliato i loro genitori che, sebbene molto parziali, stavolta sgridarono Diego per il baccano. Fabio sentì il fratello balbettare qualche giustificazione prima di tornare nella sua stanza, sua madre bussò e lui rispose che andava tutto bene, ma che voleva dormire, portandosi automaticamente la mano alla testa... Rimase sorpreso nel constatare che il topo non c'era più e lo fu ancora di più nel vedere dov'era andato... Se ne stava su due zampe davanti allo schermo del PC e sembrava che leggesse! Fabio restò a bocca aperta per un po', senza sapere cosa fare e la sua sorpresa si trasformò in incredulità quando vide il topo che scriveva sul suo foglio elettronico... Si spostava da un lato all'altro della tastiera e batteva sui tasti velocissimo, poi si fermò ad osservare Fabio.
Il bambino si avvicinò al PC e iniziò a leggere... Non poteva crederci: era perfetto. Aveva scritto in modo magistrale, sistemato le poche frasi sconclusionate che era riuscito a mettere insieme.... Il bambino si voltò versò il roditore a bocca aperta: “Ma tu chi sei?”.
Il topo, rapidissimo, percorse la superficie della scrivania e si calò giù lungo la gamba intarsiata del mobile, per poi risalire sul lato della libreria lì vicina e andare a fermarsi accanto ad un libro, uno dei tanti, accatastati sullo scaffale. Il volume era in equilibrio sul bordo ed il topo andò a collocarsi sulla parte sporgente per farlo cadere, per poi balzare di nuovo agilmente sul mobile. Il bambino guardò il libro a bocca aperta: “In senso inverso”.
“Sei Philip K Dick!?”.
Il topo gli lanciò un'occhiata che a Fabio parve esasperata. Scese dalla libreria, andò vicino al volume e tirò su col naso la foderina, l'aprirsi del libro gli rivelò una frase, scritta a penna, in seconda di copertina: “Al mio amico, scrittore incompreso!”.
Fabio sentì una morsa stringerli il cuore: “Ale...?” mormorò e gli sembrò che il topo annuisse. Alessio era il suo migliore amico, cercava di non pensarci mai, perché ogni volta credeva di aver consumato le lacrime e scopriva che non era vero; lui gli aveva trasmesso l'amore per la lettura e per la scrittura, era il suo punto di riferimento e lo aveva perso da un giorno all'altro... Era caduto di bicicletta e aveva battuto la testa. Fine. Nessun incidente eclatante, una morte stupida, che letta in un racconto sarebbe risultata poco credibile. Da quel giorno non si erano più scambiati le loro storie e lui non era più riuscito a scrivere qualcosa di decente. Ale l'avrebbe chiamato il blocco dello scrittore, ma lui riteneva che semplicemente aveva perso l'unica persona che credeva in lui e che lo spronava a crescere facendo ciò che amava, perciò non aveva molto più senso per Fabio rincorrere i suoi sogni in un mondo dove tutti lo canzonavano spingendolo verso studi più sicuri, per il suo bene, s'intende...
“Ma come puoi... Come puoi esserti reincarnato in un topo?!”.
Il topolino si arrampicò nuovamente sullo scrittoio per tornare al computer e digitò una frase: “Ho chiesto una proroga...”.
Fabio era a bocca aperta: “Una proroga? Ma perché? E perché un topo?”.
“Non ho molto tempo” scrisse lui “Mi hanno permesso di prendere in prestito questo topolino...”
Fabio era ancora intontito dalla scoperta... Avrebbe voluto abbracciarlo, ma aveva paura di fargli male, baciarlo... Bhé... Era pur sempre un topo adesso!
“Non capisco” disse Fabio chinandosi su di lui “Sei tornato per me?”.
“Per te... E per me” scrisse il topo “Per te perché stai prendendo una brutta piega...”.
Fabio lo guardò con aria interrogativa.
“Lo sai. Non scrivi più...” digitò Ale.
“Sei qui per questo? Scrivere non ha più senso ora... Devo pensare a crescere!”.
“Per me...” continuò a scrivere Ale, ignorando le sue lamentele “Perché ho lasciato una cosa incompleta... E solo tu mi puoi aiutare”.
A questo punto Fabio non ci capiva più nulla ed era quasi irritato, sia da bambino che da topo Ale ti lasciava sempre sulle spine prima della rivelazione, proprio un atteggiamento degno del grande scrittore che era.
“Io stavo scrivendo un libro... Secondo me stava venendo bene... Ma poi sono morto...”.
Fabio sentì una vampata di calore che lo stava invadendo, sapeva già cosa stava per chiedergli l'amico nella sua nuova forma.
“Voglio che lo riscriviamo insieme... Io ti darò le dritte... Tu gli darai forma...”.
Fabio si asciugò gli occhi lucidi e tirò su col naso... Sapeva per esperienza che quando Ale si metteva in testa una cosa non c'era verso di fargli cambiare idea e presumeva che l'essere topo non avesse cambiato questa sua caratteristica. “E... Di cosa parla?”.
“Dell'amicizia...” scrisse Ale “Fra due ragazzi che vogliono fare gli scrittori... E che sono osteggiati da tutti..”.
“Quanto tempo abbiamo?” chiese Fabio commosso.
“Tre giorni...”.
“Cooosa?!”.
“Ce li faremo bastare... Circa settanta pagine al giorno... La storia c'è già ”.
La mattina dopo Fabio sgattaiolò fuori dal letto una mezzora prima degli altri, mise a bollire un po' d'acqua e vi immerse il termometro, dopodiché si mise a letto cercando di calarsi nella parte. Quando la mamma andò a svegliarlo lui recitò il ruolo del malato con grande maestria e lei non verificò con una seconda prova quell'allarmante 39° di febbre, così, nonostante le proteste di Diego, lo lasciarono a casa da solo e lui ebbe l'intera giornata per sé: i suoi erano al lavoro e Diego, dopo la scuola aveva gli allenamenti. Si era dimenticato quanto fosse eccitante scrivere... La storia era la loro storia, Ale era bravissimo ad indirizzarlo e correggerlo e i due fecero un gran lavoro quel giorno. A fine giornata, quando sentì la porta dell'ingresso aprirsi, corse a prendere il termometro per ripetere il giochetto (stavolta poggiandolo sul termosifone), ma suo fratello balzò in camera sua con una rapidità inaspettata e rimase a bocca aperta nel vedere suo fratello, che considerava un santerellino, intento in quella sporca manovra per non andare a scuola, ma soprattutto nel vedere un topo sulla sua scrivania.
“Razza di...” non finì la frase e scattò in avanti per catturare il topo che, rimasto per un attimo imbambolato, fu abbastanza veloce da saltare giù dalla scrivania per andare a nascondersi sotto il letto, ma Diego nella foga di catturarlo non vide il filo del portatile in cui inciampò.. Nel cadere a terra si trascinò dietro il computer che cadendo fece un rumore che fece male al cuore di Fabio... Il lavoro di un'intera giornata... anzi... il lavoro di una delle loro tre, uniche, ultime, preziose giornate... Ricacciò indietro le lacrime e il dispiacere fu sostituito dalla furia mentre i suoi genitori entravano in camera sua per capacitarsi di che cosa stava accadendo.
“Lo sgorbio ha fatto finta di stare male per fare forca...” frignò Diego ancora a terra “E nasconde un topo in camera”.
“È vero?!” chiesero in coro i genitori, già arrabbiatissimi, ma la reazione di Fabio fu per loro inaspettata: non pianse, non strillò, non accampò alcuna scusa. Il suo sguardo era di una serietà impressionante, la sua voce era quella di un adulto e questo li raggelò.
“Papà... Mamma...” iniziò “Ho fatto sempre tutto quello che mi avete chiesto di fare... Sempre e senza chiedere nulla. Stavolta ho una richiesta e se non mi verrete incontro, per una volta nella mia vita, io non ve lo perdonerò mai. Non vi considererò più i miei genitori. Ho bisogno di due giorni... E del computer nel tuo studio papà... Non chiedete nulla e dopo, vi prometto, tornerò quello di prima”.
La mamma fece per protestare, ma il padre la bloccò. “Perdi tempo dietro alle tue storielle per altri due giorni...Ti lasceremo in pace. Ne riparleremo in seguito”.
Quando uscirono dalla stanza Fabio si sciolse e il topolino lo raggiunse, uscendo dal suo nascondiglio, si strusciò alla sua gota per complimentarsi. I due giorni e le due notti seguenti Fabio e Ale non si staccarono mai dal computer, mangiarono e bevvero il minimo necessario per sopravvivere, il bambino era preso da una sorta di frenesia, sapeva che se fosse riuscito a terminare quella storia, la sua vita sarebbe cambiata. Arrivarono all'ultima pagina, ma una volta messa la parola fine Fabio sembrava perplesso. Mancavano pochi minuti alla mezzanotte del terzo giorno.
“Perché il co – protagonista, alla fine, è quello che riesce a diventare scrittore e l'altro no?”.
Il topolino veloce veloce scrisse in fondo al manoscritto: “Perché la morale è che solo uno di loro è il vero scrittore e che si tratta proprio di quello che non sapeva di avere talento... Ti voglio...”.
In quel momento scattò la mezzanotte, un'improvvisa folata di vento aprì la finestrella dello studio del padre di Fabio e il topolino smarrito, senza capire che cosa ci facesse lì, guardò il bambino; era terrorizzato. Si lanciò a precipizio verso la finestra e fuggì in giardino.
Il giovanissimo scrittore lo guardò andare via e con un groppo in gola scrisse la parola “Fine” sul loro manoscritto.

martedì 23 settembre 2008

Nella Notte


Ho scritto "Nella Notte" in un momento di forte nostalgia. Parecchi anni fa avevo un cane: si chiamava Theo e lo amavo come un fratello, si ammalò e ho cercato in tutti i modi di ritardare la sua fine, ma poi mi sono resa conto che stavo soltanto prolungando la sua agonia (il Papa sarebbe stato orgoglioso di me!) e ho accettato di farlo sopprimere, per non farlo morire di fame o di sete (aveva un tumore in bocca e in gola). Questo racconto è semplicemente un finale alternativo per questo episodio lontano della mia vita.

NELLA NOTTE

Fulvia aveva lasciato spalancato, ancora una volta, lo sportello del frigo nella piccola cucina – tinello aperta sulla sala e l'avrebbero sgridata di certo, su questo poteva scommetterci, ma le lamentele della mamma, in quel momento erano l'ultimo dei suoi problemi. Il divano su cui stava sonnecchiando Timo era rischiarato dalla debole striscia di luce proveniente dal frigo e la bambina osservava il suo compagno di giochi, il suo fratellino con la coda (chiamarlo il suo cane le sembrava offensivo) con un'attenzione fin troppo intensa. In realtà il suo sguardo andava oltre, non vedeva il cagnolino di 8 anni (a scuola quella smorfiosa di Vera le aveva detto che Timo era vecchio perché un anno per un cane è come 7 anni per un umano e lei si era arrabbiata), smagrito e apatico che non riusciva più a inghiottire cibi solidi, ma il fagottino che stava nel cestino delle ciliege, con gli occhi azzurri del cucciolo da latte (che poi erano rimasti tali) che era cresciuto con lei e che aveva preso il posto del fratellino che le avevano promesso e che non era mai arrivato.
Suo zio Carlo che, per inciso a Fulvia non era mai stato simpatico, quando aveva visto Timo per la prima volta si era voltato verso la bambina, aggrottando le sopracciglia e aveva enunciato una delle sue massime: “Io lo dico sempre a Nicola... Se proprio devi portarmi un cane, l'importante è che sia di razza!”. Qualche anno dopo il suo cuginetto, che a Flavia stava simpatico quanto lo zio, si presentò con un mastino che lei aveva subito bollato come brutto e cattivo, visto che aveva morsicato la coda al suo povero “segugio meticcio” (così diceva la carta d'identità di Timo), che per lei era il cane più bello del mondo. Per lei nessuno abbaiava in modo così espressivo e capiva tutto quello che lei gli diceva come lui, era ignara del fatto che tutti gli altri bambini del mondo la pensassero allo stesso modo riguardo al proprio cane.
Fulvia si era svegliata di notte con un'idea per alleviare la sofferenza del suo amico: aveva prelevato dal freezer il barattolo di gelato alla panna di cui lui era ghiotto (gli piacevano le cose più strane, ma soprattutto gelato, cocco e cocomero), aveva aspettato che si sciogliesse un po' e poi aveva affondato una mano nel contenitore per poi metterla sotto il naso di Timo. Il cane aveva allungato il collo titubante e annusato la mano della padroncina e poi aveva iniziato a leccare, con foga crescente. Con un sospiro di sollievo la piccola si consolò, pensando che ancora riusciva a fargli mangiare qualcosa. La notizia era arrivata inaspettata e micidiale due settimane prima, la veterinaria stava spiegando alla mamma qualcosa che lei non capiva, c'erano troppi paroloni e termini dei dottori in quello che diceva; era riuscita a captare qualcosa sulla precedente operazione al suo cane per quella malattia che si chiamava come un segno zodiacale, o così le pareva... Ancora se lo ricordava Timo disteso sul tavolo con la lingua di lato e il gattino della dottoressa che giocava con le cordicelle che lo tenevano legato al tavolo, aveva sorriso perché aveva pensato che se fosse stato sveglio si sarebbe arrabbiato e, secondo la mamma, si era comportata da “donnina” perché era stata calma... Le aveva comprato un puffo di plastica per premiarla... Erano un po' retrò, ma a lei piacevano da matti! Ma adesso era proprio la mamma che non manteneva la calma, mentre la dottoressa degli animali parlava lei piangeva e sembrava che non riuscisse a trattenersi, in questo mamma e figlia si somigliavano parecchio, stessa sensibilità, si commuovevano esattamente per le stesse cose. Inizialmente Fulvia non aveva compreso questa disperazione, ma poi si era voltata verso Timo, che scodinzolava incessantemente in attesa di un suo cenno e in quel momento lui sbadigliò... Fulvia trasalì nel momento in cui vide le bolle rosse che il suo cane aveva sotto la lingua, cercò di pensare ad un'immagine bella, a un campo di papaveri, ma sapeva che comunque lì sotto non doveva esserci e capì che il granchio, se così si chiamava, si era spostato e collegò questo fatto allo scuotere lento verso destra e poi verso sinistra del capo della dottoressa. Sapeva che cosa aveva consigliato ai suoi quella strega, di far venire l'uomo con il pungiglione, che l'avrebbe addormentato per sempre, com'era successo al cane di Gabriella... Lei aveva pianto, strillato e poi si era chiusa in un mutismo che aveva spaventato i suoi... No, non avrebbero addormentato il suo Timo, lei lo avrebbe guarito, ma intanto doveva portarlo via da lì, l'uomo col pungiglione sarebbe arrivato la mattina presto.
Nessuno lo sapeva, ma Fulvia aveva un piano. Aveva sentito parlare la nonna di un'acqua che faceva i miracoli se ci credevi, le pareva di aver sentito che questo posto era lontano, ma lei pensava che se bastava credere forse un posto valeva l'altro, era piccola, ma fermamente convinta che se c'era qualcuno che potesse fare miracoli non si formalizzasse tanto sul luogo, ma sulla motivazione, così si era decisa; aveva una nottata davanti per attraversare la città e arrivare al mare, alla pozza dove lei e Timo avevano fatto il bagno insieme per la prima volta. Si mise il piumino, la sciarpa e i guanti sopra il pigiama e si infilò le scarpe da ginnastica sui calzettoni anti – scivolo, poi mise il guinzaglio a Timo e il più silenziosamente possibile uscì. Il cane aveva già fatto un notevole sforzo a scendere dal divano e trascinarsi fino alla porta, le scale per lui erano un'impresa, così la bambina decise di prenderlo in braccio; anche se non era un grosso cane, per lei il suo peso era notevole, ma pensò che forse un po' di sacrificio avrebbe giovato alla causa e la sua traversata della città cominciò. Le sembrò opportuno passare per i vicoli meno frequentati, per non dare nell'occhio, se un adulto l'avesse notata l'avrebbe rispedita a casa di gran carriera. Cammina cammina la piccola si trovò davanti ad un locale, guardò i ragazzi che erano lì fuori; erano due coppie. I maschi erano distinti e le ragazze erano bellissime, con quei vestiti che la mamma sbirciava sempre, ma che non poteva permettersi perché erano solo per “ultra – ricchi”. Pensò che poteva farsi vedere e uscì dall'ombra entrando nel cerchio di luce dell'insegna del locale, con Timo ancora in braccio. Le ragazze la guardarono perplesse e lanciarono un'occhiata interrogativa ai loro compagni. Uno di loro si mise una mano in tasca e l'altro lo fermò: “Vuoi buttare soldi a tutti i pezzenti che passano?”. Fulvia li guardò con aria stranita e timidamente chiese: “Scusate, è la strada giusta per il mare?”. I quattro scoppiarono tutti a ridere, intanto avevano notato il cane e a turno avevano cominciato a prenderla in giro con frasi che si facevano via via più offensive, non capiva tutto quello che dicevano, l'avevano scambiata per una di quelle bambine che vanno a chiedere i soldi tutte sporche e con le gonne lunghe, ma pensò che anche se lo fosse stata non c'era motivo che la trattassero così... Era come immobilizzata dalle loro prese di giro. Ad un certo punto qualcuno li chiamò da dentro e loro si avviarono verso l'ingresso, sempre ridendo. Il ragazzo che aveva fatto il gesto di mettersi la mano in tasca le lanciò una monetina che colpì Timo ad un orecchio. Il cane lanciò un guaito che per Fulvia fu lancinante, grosse lacrime le scendevano sulle guance, ma strinse più forte il suo amico e si incamminò di nuovo. Le braccia le facevano male ma non le importava, lei avrebbe fatto il miracolo. Era ignara del fatto che i suoi si erano svegliati, si stavano struggendo per lei e avevano già chiamato la polizia. Fulvia continuò a camminare passando per posti che le erano noti e altri che le erano sconosciuti, ma il mare le sembrava lontanissimo... Stremata si mise a sedere in un vicoletto rannicchiata a Timo, già il sonno stava per prendere il sopravvento quando sentì ringhiare, ma non poteva essere il suo amico... Alzò gli occhi e si trovò davanti un grosso cane nero; ebbe il tempo di pensare che era uno di quei cani di razza di cui parlava suo zio e che non aveva la museruola e pensò anche che l'avrebbe mangiata. Il cane le mostrò delle zanne che sembravano quelle del film dell'orrore che aveva guardato di nascosto qualche sera prima, chiuse gli occhi, stringendosi ancora di più a Timo, che stava cercando goffamente di rimettersi in piedi per difenderla, quando sentì un guaito. Il cane si era allontanato di qualche metro e adesso stava ringhiando ad un'altra persona. Fulvia vide uno stiletto rosso e, volgendo lo sguardo poco più in là vide la persona a cui apparteneva; una signora di colore, come diceva la mamma, un po' appesantita abbigliata in modo che alla bimba parve strano, papà avrebbe detto che si era dimenticata la gonna a casa. La signora non aveva paura e impugnava una bomboletta spray che teneva puntata sul muso del cane. Arrivò di corsa un tipo che doveva fare tanta palestra, le ricordava un vecchio cartone giapponese dove facevano a botte e le teste saltavano in aria, era abbronzato come se fosse stato un mese ai Caraibi ed iniziò ad inveire contro la donna, insultandola e minacciandola, ma la signora, sebbene in un italiano un po' stentato si difendeva benissimo secondo Fulvia e, quando alla minaccia di chiamare la polizia, lei gli indicò la bambina che il suo cane aveva quasi sbranato, a lui non restò che bofonchiare qualche altro insulto e dirigersi con quel colosso di cane verso il suo SUV.
La donna si presentò, il suo nome era Tata e pretese di sapere che cosa ci faceva una bimba in giro a notte fonda con un cane così malconcio. Ascoltò la sua storia, mentre Fulvia beveva avidamente il latte caldo che Tata si era fatta dare dallo strano bar dove lavorava. Quando finì le sembrò che la donna avesse gli occhi lucidi, sospirando Tata le disse che l'avrebbe accompagnata al mare, ma che lì lei avrebbe dovuto chiamare i suoi genitori e dir loro dov'era. Così fu. Prima di lasciarla Tata le prestò il telefono per chiamare i suoi, non aveva mai sentito tanta disperazione e sollievo assieme in una voce. Disse loro dov'era, abbracciò Tata e si diresse verso il mare.
Timo era sempre più inerte. Faceva freddissimo, ma tirando su col naso, la piccola si strinse ancora di più al suo cane e si immerse nella pozza, dove quasi otto anni prima avevano fatto il bagno insieme per la prima volta, l'acqua era gelida, ma lei resistette e chiudendo gli occhi continuò a sorreggere il suo amico. Cercava di non pensare ad altro... Voleva solo crederci, crederci, crederci. Ma ad un tratto un'ondata fortissima la respinse via, bevve molto, prima di ritrovarsi sulla spiaggia e in quel momento sentì le voci dei suoi genitori che stavano correndo verso di lei. Senza nemmeno abbracciarli corse di nuovo verso il mare e cominciò a chiamare Timo a gran voce, aveva perso la presa su di lui e temeva che le onde se lo fossero portato via, il cuore le tamburellava nel petto le lacrime le bruciavano le guance e la voce la stava abbandonando mentre i suoi cercavano di trascinarla via, ma ad un tratto sentì abbaiare, era un abbaiare allegro, squillante, anche i suoi si fermarono ad ascoltare. A Fulvia sembrò che saltasse fuori dalle onde, i suoi lo ritennero impossibile, ma non cercarono di persuaderla che lo fosse... Era un segugio meticcio, dello stesso colore di Timo, ma quando Fulvia vide che era un cucciolo rimase quasi delusa, poi si chinò, ancora con gli occhi umidi e quando fissò lo sguardo negli occhi azzurri di lui, le ritornò il sorriso, l'abbracciò e non si fece più domande.

mercoledì 17 settembre 2008

Lanciano 2008


Comunicazione di servizio: è uscito oggi, in allegato al numero 162/163 di Fumo di China, l'albo della manifestazione "Lanciano nel Fumetto 2008", concorso che mi ha vista vincitrice nella sezione sceneggiatura... Accorrete numerosi a procurarvelo!
Dato che nel volumetto è inserito soltanto un estratto della mia storia, presto provvederò a postarla completa.
Intanto eccovi lo splendido commento che è stato posto in calce al mio racconto:
"Una storia forte, toccante, ma priva di facile retorica. L'autrice affronta e vince la difficile sfida del fumetto muto, risolvendo solo con le immagini anche le situazioni più delicate. Un fumetto 'politico' fuori dagli stereotipi narrativi troppo in voga oggi".
Sono davvero commossa. Colgo l'occasione per ringraziare, ancora una volta il gentilissimo Luca Veronesi e tutta la giuria, in particolare Giuseppe Palumbo, Tito Faraci e Lorenzo Bartoli, professionisti sempre cordiali e disponibili a elargire ottimi consigli alle new entry come me.

Il gatto di polvere



Questa è una bozza della primissima storia che ho scritto per il progetto "Sogni e Paure"; non è terminata, ma in fondo può funzionare anche così... Mi sono sempre piaciuti i racconti che ti lasciano in sospeso, che evocano sensazioni e ti lasciano soltanto indovinare dove andranno a parare. Non sai dove la vita ti può portare e, a volte, è meglio così, quindi perché non applicare questo principio anche a una narrazione? In realtà ho riscritto, con tanto di finale, "Il gatto di polvere", ma qui posto la prima stesura, venuta così, di getto... Eccola com'era, quando ancora dovevo rileggerla e correggerla...


IL GATTO DI POLVERE

Mattia pensava che le stelline fluorescenti attaccate alla parete fossero una buona idea già nel pomeriggio, quando le aveva viste a casa di Anto... Dio quanto lo aveva invidiato, soprattutto quando aveva visto respingere con fermezza dalla mamma le sue timide richieste. Quando lei faceva così non poteva sopportarla... Quanto mai potevano costare delle figurine da attaccare al muro? Ma non era una questione di prezzo, bensì di principio; la mamma riteneva che lui fosse grande abbastanza per dormire al buio e che non sarebbe mai cresciuto se si fosse portato dietro questa paura, così, anche se il papà stava ormai cedendo alle sue richieste, lei si era impuntata e per colpa sua adesso lui era al buio ad aspettare il sonno che non arrivava.

Anto sì che era fortunato; con le stelle che rischiaravano la notte lui non poteva arrivare... la polvere restava polvere negli angoli della sua stanza e quella cosa non si formava. Aveva provato a parlarne con la mamma e lei si era arrabbiata; aveva detto che pagavano una domestica proprio perché la casa doveva essere linda per via della sua allergia. quella che non lo faceva respirare quando gli accumuli di polvere diventavano consistenti, ma la ragazza stava sempre a parlare fitto fitto con suo padre, quando la mamma non c'era. Mattia aveva la sensazione che se lo avesse detto il filo sottile che teneva uniti i suoi si sarebbe spezzato per sempre. Ma il problema della polvere restava e quando il buio era totale, ogni notte, lui rinasceva dalla polvere... Lui chi? Ma il gatto, no?! È così ovvio!!! Il gatto della polvere... Lui si avvicinava, lentamente, ti studiava e poi balzava su di te... L'ultima volta si era acciambellato sulla sua faccia e l'aveva quasi soffocato, era stato un miracolo che si fosse salvato. Era stato il suo esercito di pelouche a salvarlo; la sua mamma non aveva capito... Lei pensava che fossero i suoi adorati animaletti di pezza la causa della sua malattia, ma in realtà erano loro ad averlo salvato dal gatto, infatti, quando l'essere si era acciambellato sulla sua faccia e il respiro iniziava a mancargli, Bianco, il suo coniglio di pelouche era balzato dallo scaffale per salvarlo, lui ne era sicuro. Il gatto di polvere si era spaventato, era balzato giù dal letto e per quella nottata non si era più visto... Una volta aveva provato a cercare quell'animale sul libro dei gatti, ma non c'era... Somigliava un po' a quelli norvegesi, ma era una cosa diversa... Non era così carino. Insomma, l'ultima volta che lo aveva visto, la mamma era corsa in camera sua e l'aveva trovato ansimante con Bianco sulla faccia... Aveva urlato tanto da fargli paura e aveva minacciato di togliergli i giocattoli... I giocattoli che lo avrebbero soffocato. Non sapeva quanto fosse lontana dalla realtà e temeva l'imminente visita del gatto... E se lui l'avesse ucciso? Se Bianco o qualcun altro, Ippo o Lillo per esempio, non ce l'avessero fatta a saltare giù dallo scaffale per salvarlo? Non voleva pensare a queste cose... Voleva dormire, ma il sonno non arrivava. Con le stelle avrebbe dormito... Pazienza... Forse contando le pecore... Niente... Mattia non era forte in matematica e lo sforzo di mettere in fila i numeri in modo corretto riusciva solo ad allontanare di più la sonnolenza. Come ultima risorsa a Mattia restava di pensare ai regali di compleanno, il papà gli diceva sempre che per allontanare i cattivi pensieri bastava invocare quelli belli, infatti, il sonno stava arrivando, le sue pupille si stavano socchiudendo piano piano quando sentì uno scricchiolio. La porta adesso era socchiusa... Forse la mamma o il papà erano venuti a controllare se dormiva, ma non ne era convinto.

Si alzò sul letto, seduto, guardava la porta, un leggero chiarore trapelava dallo spiraglio, i suoi non avevano chiuso le persiane delle finestre nel corridoio... Di nuovo. D'improvviso la porta si chiuse. SBAM! Un rumore da fumetto, eppure non c'era vento... Mentre Mattia si rannicchiava sotto le coperte, pregava che non fosse lui, ma già lo vedeva spuntare dall'ombra, con la sua camminata elegante, ondeggiava la grossa coda grigia di riccioli di polvere e lo fissava con i suoi occhi non – occhi... Mattia tremava come quel grosso budino che si era mangiato dopo cena... forse la mamma aveva ragione: non si mangiano i dolci dopo le cinque! Aprì la bocca per gridare, ma la sua richiesta d'aiuto restò sospesa nell'aria... Nessuno poteva aver aperto la porta e nessuno avrebbe risposto al suo appello... I suoi erano andati a teatro a vedere una cosa lunga... Quelle tragedie con i cori... E la ragazza che veniva a fargli da baby – sitter non si smuoveva dal divano, dove leggeva chissà cosa con le cuffie nelle orecchie... Il gatto, nel frattempo, si era acciambellato sul suo petto, dandogli le spalle, ma osservandolo di sottecchi, con l'enorme coda arrivava a solleticargli il naso, era fastidioso, ma sopportabile, finché due riccioli di polvere non gli si infilarono nel naso ed iniziò a mancargli il respiro.

In un lasso di tempo brevissimo, il fastidio si trasformò in forte disagio, il forte disagio in panico ed il panico in terrore... La vista iniziava ad appannarsi, la stanza a girare, le cose stavano perdendo i contorni e lui non era abbastanza forte per lottare... Era sempre stato fragile... Troppo. Ma in quel momento Lillo, il suo coccodrillo di stoffa, si avventò sul gatto... No, non era caduto, Mattia ne era sicuro: lo aveva salvato. Il gatto si inarcò, emettendo un verso stridulo, riccioli di polvere si levarono dal suo pelo, spargendosi dappertutto, si lanciò giù dal letto e un attimo dopo era sparito... Mattia ebbe solo la forza di levarsi in piedi sul letto per rimettere Lillo a posto (non voleva che mamma glielo togliesse), prima di sprofondare in un sonno profondo, ma intervallato da brevi sogni che il mattino dopo si sarebbe sforzato di non ricordare.

venerdì 12 settembre 2008

Ecco a voi... SATAN!!!


Oggi ho lavorato parecchio e sono molto soddisfatta dei risultati ottenuti: ho spedito le prime dieci pagine di storyboard all'editor, ho terminato la sinossi e le quattro tavole di presentazione di un progetto che disegnerà l'insostituibile Sapo, ho revisionato e corretto con Davide le otto tavole di "The zombie Age", ho finalmente iniziato la sceneggiatura per Vincenzo e sono quasi giunta alla fine di quella per Pam e Ste... Credo che possa andare... Impazzirò presto, ma sono felice assai.
Comunque... Tanto per riallacciarmi al discorso iniziato in precedenza, posto qui la versione integrale di Satan. Alcuni riferimenti sono ben chiari per quelli della mia generazione: "Il Fantastico mondo di Paul" è uno dei miei miti dell'infanzia e Tim Burton, bhé, è uno dei miei guru.
La storia è mia, le illustrazioni qui sopra sono del sempre bravissimo Luca Saponti... Detto questo, buona lettura!!!


SATAN

Monica non camminava mai troppo vicina alle pareti di casa sua e nemmeno ai muri delle altre abitazioni, quando era per strada con la mamma... Non era mica stupida!
“Lo sanno tutti che se ti appoggi a un muro lui ti afferra con le sue mani artigliate e ti porta nel suo mondo... Guai anche a mettere le mani sotto il cuscino, chissà quanti bambini ha portato via trascinandoli dall'altra parte, nel sonno. Lui è dappertutto e bisogna stare sempre attenti per sfuggirgli, non sei mai al sicuro né di giorno, né di notte, lui può portarti via in ogni momento, basta che lo sguardo di un adulto non sia rivolto su di te e lui ti risucchia nel suo regno...” affermò Monica.
“Ma lui chi è?” domandò Giorgia impensierita.
“Ma come chi è? È Satan, il diavolo che governa l'altro mondo... Io l'ho visto in TV...”
“Ah sì? E com'è?”
“Mmm... Lui è molto alto” precisò Monica alzandosi sulla punta dei piedi e allungando il braccio, per esprimere meglio che poteva il concetto “Ha le mani lunghe e non si taglia mai le unghie...”
“Dai... Mi fa paura... Basta!”
“Ha i denti come i vampiri” continuò Monica che continuava a gesticolare per dare più enfasi al suo racconto “Le corna e gli occhi rossi e cattivi... E se ti prende... BUH!!!”
Giorgia lanciò un gridolino, odiava la sua amica quando voleva metterle paura, ma era anche sinceramente incuriosita dai suoi racconti, soprattutto da quando Luca, quel bambino così carino era scomparso all'uscita della scuola... La mamma era venuta a prenderlo in leggero ritardo e lui era svanito nel nulla.
Monica era più che convinta che era stato Satan a portarselo via, infatti, non era stato più ritrovato, non poteva che essere nell'altro mondo! Inoltre c'era stato un altro caso qualche settimana prima; Sandro, un ragazzino di un'altra scuola, era andato a fare delle commissioni per sua mamma e non era più tornato... Forse anche lui si era appoggiato ad un muro ed era stato risucchiato!
Giorgia non riusciva a smettere di pensare a questo particolare... Se Satan aveva portato quei bambini nel suo regno, allora c'era una possibilità di salvarlo e se si poteva passare dal muro per andare, si poteva farlo anche per tornare. Dopo cena corse in camera sua e si mise a fissare lo spazio vuoto fra l'armadio e la scrivania, titubante allungò una mano verso il muro, strinse gli occhi e l'appoggiò, riunendo tutto il coraggio che aveva... Niente. La mano aderiva alla parete bianca, ma nessuno era venuto a prenderla, eppure nessun adulto stava guardando. Pensandoci bene, però, era stato meglio così... Non si era neanche premonita di un oggetto da poter usare come arma contro Satan, andare laggiù così impreparata sarebbe stato avventato. Scivolò nel letto, aspettando che arrivassero i suoi a darle la buonanotte, ma quasi senza accorgersene, era già nel mondo dei sogni; le sue mani fredde si posizionarono quasi automaticamente sotto il cuscino e a quel punto la bimba si sentì risucchiare come in un gorgo, cercò di aggrapparsi a qualcosa, ma ormai era troppo tardi.
Cadde in un luogo a lei sconosciuto, aveva paura e freddo, ma era anche meravigliata; se lo immaginava molto diverso il regno di Satan! Niente castelli neri, né animali strani o alberi magici... Il posto sembrava quasi una fogna; c'erano dei cunicoli stretti, la puzza era insopportabile e alcuni ratti che le sembravano giganteschi la osservavano dall'ombra. Iniziò a seguire il corridoio con passi incerti, quando si vide venire incontro qualcuno... Ma era forse? Sì, era proprio Luca. Era pallido e magro, con gli occhi cerchiati, quei segni viola sembravano dipinti da quanto erano intensi... Le ricordava uno di quei bambini nel film dove Babbo Natale era uno scheletro. Non era il bel bambino che guardava dalla finestra giocare a calcio.
“Va' via!” le gridò Luca correndole incontro “Qui non è posto per te! Lui ti prenderà! Sta arrivando”
Giorgia gli arrivò vicino vicino e si coprì il naso, l'odore del suo piccolo amico si addiceva fin troppo bene al luogo. “Vieni con me! Se torniamo indietro arriviamo al passaggio sotto al mio cuscino e possiamo tornare a casa insieme”
Luca sembrava commosso dalla bontà della bambina, ma allo stesso tempo i suoi occhi erano velati dalla tristezza e, scuotendo la testa, rispose: “Tu non capisci... Per me è troppo tardi... Se lui ti prende non puoi più tornare indietro”
Un grido squarciò l'aria e passi pesanti fecero rimbombare il pavimento. “Sta arrivando! È lui!” devi scappare.
La bambina fece appena in tempo a vedere un'enorme figura che usciva dall'ombra, alle spalle di Luca, non riuscì a distinguerla bene; aveva qualcosa in testa, ma era sicura che non fossero corna, però era davvero molto alto e con le mani grandi e gli occhi... Quelli sì che facevano paura: erano gli occhi di un mostro. Giorgia vide gli artigli che ghermivano Luca, ma era troppo spaventata per aiutarlo, iniziò a correre a perdifiato, sentiva il suo respiro sul suo collo, gridò a pieni polmoni e si risvegliò, grondante di sudore nel suo letto. I suoi genitori erano già lì, per cercare di calmarla.
“L'ho visto, mamma! Era Luca... Il mio compagno scomparso! Era con Satan... Dobbiamo andare a liberarlo!”
I genitori di Giorgia si lanciarono uno sguardo che la piccola non riuscì a interpretare, sembrava quasi che sapessero qualcosa, ma che non volessero dirlo a lei. Cercarono semplicemente di cambiare argomento e di tranquillizzarla, prima di rimetterla a dormire, ma lei non dormì più e la mattina, a scuola, raccontò tutto a Monica, che si rivelò dubbiosa... Aveva il sospetto che Giorgia volesse renderle pan per focaccia per lo spavento che le aveva fatto prendere il giorno prima.
Un'altra bambina si intromise nella loro discussione: “Avete sentito? Ieri Marco era sceso a giocare e non è tornato a casa...”. Monica e Giorgia non fecero in tempo ad aprire bocca che l'altra ragazzina era già sgattaiolata via per condividere le sue preziose informazioni con un altro gruppetto.
“Secondo te è stato Satan?” azzardò Monica.
La bimba era pensierosa e come colta da un'ispirazione improvvisa rispose con un'altra domanda: “Non hai notato due simil... similt... Insomma, due cose uguali in queste sparizioni?”.
Monica scosse la testa, scocciatissima e spazientita per non essere arrivata a formulare un'ipotesi prima dell'amica: “No, cosa?”
Giorgia assunse la sua migliore aria da Sherlock Holmes, era avvantaggiata perché la mamma aveva appena finito di leggerle un racconto con lui come protagonista: “Elementare UOZZON” enunciò orgogliosa della sua pronuncia “Primo: sono spariti solo bambini e mai bambine...”
“Magari è un caso...”
“No, secondo me, no... E poi, Satan non ha ancora preso un bambino a casa... Il primo era fuori da scuola, il secondo a fare commissioni, il terzo al parco...”
“E allora?”
“E allora se vogliamo trovare Satan e i bambini scomparsi dobbiamo andare fuori senza gli adulti...”concluse Giorgia.
“Brava... E se lo incontriamo come lo battiamo?”
"Non lo so... Ma se non facciamo in fretta..." Giorgia non se la sentì di finire la frase.
"Ecco... C'è un cartone animato vecchio, che piace tanto alla mia mamma..."
"E..."
"Bhé... Lì c'era un ragazzino che sconfiggeva il diavolo con lo yo - yo..."
"Sì, ma noi non abbiamo uno yo - yo e poi io non lo so usare..."
"Ci vorrebbe qualcuno..."
Mentre parlava Monica stava passando in rassegna, con una rapida carrellata, i suoi compagni di classe e il suo sguardo andò a posarsi su Paolo. Lui era un tipo... Non le veniva il termine che usava sua madre per indicare quelli come lui... Old e qualcosa... Insomma, gli piaceva giocare con cose fuori moda: d'estate faceva volare gli aquiloni e una volta le aveva mostrato un aggeggio strano che aveva chiamato "trottola"... Magari aveva anche uno yo - yo...
Le due bisticciarono un pò per decidere a chi toccasse raccontare la storia a Paolo e arrivarono alla conclusione che sarebbe stato meglio supportarsi a vicenda.
Si avvicinarono timidamente a Paolo. Non sapevano come iniziare, ma quando cominciarono parlarono a turno, ordinatamente, senza omettere neanche il particolare più insignificante e non si fermarono fino alla fine del racconto. Paolo, che aveva un buon carattere, così pacato che a volte ricordava fin troppo un adulto, le ascoltò in silenzio senza interromperle, aveva un'espressione serissima e le bambine restarono di stucco quando, invece di prenderle in giro come temevano, lui rispose con estrema risolutezza.
"Io l'ho visto, ma non credo che uno yo - yo lo fermerà..."
"L'hai visto?!" esclamarono in coro le bambine.
"Sì... Credo... Ha provato a prendermi, ma ai miei non ho detto nulla..."
"Com'era?" chiese Giorgia, temendo di sapere la risposta.
"Ho sentito un tocco freddo sul collo, mi sono voltato e l'ho intravisto... Aveva la faccia di un demone, con il viso blu e pieno di grinze..."
"E...?"
"E sono scappato, no?!"
"Arriva quando i genitori sono distratti..." sottolineò Monica
"Già..." confermò Giorgia "E se non lo fermiamo ci prenderà tutti..."
Il silenzio calò fra loro. Lo interruppe Paolo.
"Va bene" sospirò "Dopo la scuola diremo ai nostri genitori che ci troviamo a casa mia per fare i compiti... I miei sono fuori per lavoro, quindi nessuno ci controllerà... Andremo a cercarlo... Ma dove?"
"Sottoterra" sbottò Giorgia "Lui è lì, l'ho sognato"
Decisero di iniziare da dove Paolo aveva visto il mostro e l'altro bimbo era stato preso. Prima di partire erano passati a casa di Paolo e si erano armati: lui con uno yo - yo, Monica con fionda e biglie, Giorgia con un fucile ad acqua di plastica. Scesero nel tombino dal parco e si meravigliarono di scoprire che la zona sottostante non apparteneva più alla rete fognaria, tutto era asciutto, erano stati iniziati dei lavori poi lasciati in sospeso...
"Vi ricordate quando parlavano di costruire la metropolitana?"
"Sì, ma poi trovarono quelle staute e bloccarono tutto..."
"Ma le statue erano finte... Uno scherzo, no?"
"Sì, ma poi i lavori non sono più ricominciati..."
I bambini si addentrarono nei corridoi bui, Paolo aveva una piccola torcia e l'ombra era meno cupa grazie alla sua flebile luce. Le bambine procedevano dietro di lui guardandosi attorno: i topi erano grossi come cagnolini e le ragazze non ci tenevano a scoprire quali altri animali si celassero nell'oscurità. Era quello il posto che Giorgia aveva visto in sogno, ne era sicura. Attraversata la zona di scavo i bambini si ritrovarono davanti ad una zona più pulita; ad un'apertura del muro era appoggiata una porta, Paolo calcolò che potevano passare tranquillamente nello spazio tra l'asse ed il suo appoggio, ma nessuno dei tre si mosse. I piccoli erano come impietriti e nessuno di loro aveva il coraggio di avanzare. Furono i passi pesanti del demone a svegliarli dal loro torpore, i tre si guardarono rapidamente intorno, ma non c'era luogo dove nascondersi in quello spiazzo e poi era tardi, il mostro li aveva già visti. Afferrò Paolo per il colletto della maglietta e Monica per la gonna mentre cercava di fuggire, Giorgia iniziò a correre, ma inciampò e non si azzardò a rimettersi in fuga quando sentì dire a Satan: "Se non stai ferma lì, i tuoi amici si faranno molto male". In un atto coraggioso la bambina puntò il fucile ad acqua verso di lui e sparò, ma il getto d'acqua fu debolissimo e si spense vicino ai piedi di Satan senza neanche scalfirlo. Lui non potè fare a meno di scoppiare a ridere e nello scomporsi mollò un attimo la presa su Monica, che fu lesta come un fulmine e con la fionda mirò a distanza ravvicinatissima e colpì il mostro al collo. Satan iniziò a tossire convulsamente agguantandosi la gola con entrambe le mani e Paolo ne approfittò per colpirlo alla testa con lo yo - yo... E la maschera da demone volò via dalla sua faccia. I bambini rimasero esterefatti nel vedere la vera faccia del loro demone: era il signore che vendeva dolci con il suo banchetto itinerante, tutti lo conoscevano ed era sempre stato gentile con loro, era un appassionato di cartoni animati e chiacchierava sempre con tutti delle serie più famose. Sopraffatti dallo stupore i bambini rimasero bloccati dalla soggezione: non avevano davanti un mostro, dunque, ma un adulto, come i loro genitori! Nessuno di loro sapeva cosa fare, quando Monica sentì le sue mani che si muovevano da sole, senza rendersene conto si trovò in posizione di tiro e lo stesso fu per Paolo che si trovò pronto a far volare di nuovo il suo yo - yo, Giorgia invece, con sua grande sorpresa si trovò un grosso sasso fra le mani, l'inutile fucile era abbandonato a terra. Tutti e tre sentirono alle loro spalle una presenza rassicurante che non riuscivano a vedere, un'aura di forza che li aveva abbracciati, e tirarono nello stesso istante: la biglia nella fionda ruppe il naso a Satan con un sonoro schiocco, lo yo - yo lo ferì ad un occhio ed il sasso lo prese in una tempia, facendolo stramazzare al suolo. I bambini corsero l'uno verso gli altri, domandandosi a vicenda che cosa fosse successo.
Paolo tornò nel punto dove era arrivato prima dell'arrivo di Satan, o meglio, del signore dei dolci, per passare sotto la porta, ma una mano invisibile lo fermò e tutti e tre, per un istante, li videro: videro Sandro, poi Marco, poi Luca... Erano presenze effimere, trasparenti e quando Giorgia allungò una mano per toccare Luca, gli passò attraverso. I bambini stavano impedendo ai loro compagni di entrare e Paolo capì, prese le mani delle sue amiche e ricacciando indietro le lacrime si voltò e si incamminarono per tornare da dove erano venuti: era giunto il momento di passare la palla agli adulti.
Monica, Giorgia e Paolo non si voltarono mai indietro, ma sapevano che Sandro, Marco e Luca avevano vegliato su di loro fino al sopraggiungere della luce.


lunedì 8 settembre 2008

Sogni e Paure

Qualche mese fa decisi di fare un esperimento: lasciare da parte per un breve periodo la sceneggiatura per scrivere qualcosa di diverso, nella fattispecie, una serie di storie brevi per bambini.
L'idea nacque per caso; in un pomeriggio come tanti, ho buttato giù un mini - racconto che mi ronzava in testa da un bel pò, l'ho fatto leggere al mio ragazzo (ipercritico per natura) e, incredibilmente, gli è piaciuto.
Mi sono imposta di inventarmi una storia al giorno e ne ho terminate dieci in totale: "Il filo conduttore di questo progetto è la paura", mi sono detta inizialmente, poi ho riletto il tutto e ho notato che il sogno e il desiderio comparivano spesso e prepotentemente nella narrazione, così ho scritto l'ultimo racconto; "Senza sogni né paure" che ha chiuso il cerchio ed è anche diventato il titolo ideale per tutta la raccolta.
La mia intenzione era quella di scrivere racconti "adulti" per l'infanzia... La Parsi mi ucciderebbe, probabilmente, per quello che sto per dire, ma io la penso così: i bambini non sono sprovveduti e capiscono tutto quello che viene detto loro, basta un adulto presente e non c'è programma o testo che possa turbarli (sto parlando di prodotti intelligenti, naturalmente, non di spazzatura... e molti dei cartoni animati degli anni '80, che parecchie mamme odiavano ardentemente, erano prodotti intelligenti).
Io me lo ricordo bene com'ero da bambina, mia madre non censurava, spiegava, e io non ho mai avuto turbe di sorta: memore di questo ho provato a mettere insieme delle storie per piccoli (ho usato comunque toni lievi) dolci - amare e sono convinta che l'operazione possa funzionare.
Sotto ci sono 4 illustrazioni inerenti al progetto, realizzate da altrettanti bravissimi e giovani artisti che, chi segue questo blog, conosce già da un pò...

Lo straordinario Luca Saponti si è occupato di "Satan", la storia per cui gli editor hanno mostrato più perplessità: "Già dal titolo risulta troppo forte", ci dicevano tutti. ed effettivamente il contenuto non è fra i più leggeri, visto che si parla velatamente di pedofilia... A livello narrativo è di sicuro una delle storie che mi soddisfa di più.

Stefania Aquaro ha realizzato le illustrazioni per "Halloween". La protagonista è una bimba che vuol dimostrare ai suoi amici di essere davvero coraggiosa e scommette che riuscirà a passare una notte al cimitero... Ho cercato di mettere in questo racconto tutta la mia passione per Tim Burton e Ste ha fatto il resto con le sue splendide realizzazioni.

Pamela Poggiali ha magistralmente illustrato "L'amico Immaginario", una delle due storie "di perdita"... Come reagisce un bambino davanti a un gravissimo lutto? Il protagonista della mia storia non sembra poi così turbato: lui ha il suo amico immaginario a consolarlo...


Cosimo Torsoli ha ideato delle magnifiche immagini per "Il topo di biblioteca", l'altra storia "di perdita". Qui il piccolo protagonista, aspirante scrittore, si trova alle prese con un mentore molto particolare...

I ragazzi che hanno collaborato alla realizzazione di questo progetto sono stati tutti eccezionali, tuttavia, riguardando il risultato finale a distanza di tempo, credo che potrebbe essere migliorato ulteriormente, aggiungendo altre illustrazioni e limando ancora un pò le storie più lunghe... Per il momento, purtroppo, sono costretta a lasciarlo nel cassetto, ma spero di tornare a lavorarci quanto prima.

lunedì 1 settembre 2008

Loumyx - Autori al Lavoro


Dunque... Finalmente è arrivato settembre, uno dei miei mesi preferiti: tutto si riattiva, l'afa inizia a calare, posso scrivere di notte senza essere divorata dalle zanzare, al cinema ricominciano ad arrivare film decenti... Potrei continuare all'infinito, ma questo post ha un altro fine: accorrete, precipitatevi, volate sul blog di Luca Saponti, dove questo grandissimo artista e amico ha postato una splendida tavola - tributo al nostro fumetto in lavorazione. Se il risultato finale di Loumyx rispecchierà almeno la metà dell'entusiasmo che ci stiamo mettendo, bhé, allora sarà un capolavoro... Siete ancora qui?!
P.S. Aspettate un attimo!!! Il bellissimo disegno che accompagna l'intestazione del blog è un mio doppio ritratto ad opera di Mastro Pagliaro, mio mentore e metà, che non si è fatto pregare per nulla per abbellire questo mio spazio (3 mesi). A parte gli scherzi, colgo l'occasione per ringraziarlo di tutto, specialmente di essere com'è... Ineguagliabile.

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